LETTURE: Locus Desperatus di Michele Mari

Forse è il clima un po’ pazzerello della primavera che mi fa capitare tra le mani romanzi (o presunti tali – vedi la mia non recensione del libro di Giulio Mozzi) surreali. È il caso di questo Locus Desperatus di Michele Mari che è appena uscito per i tipi di Einaudi e che fa della sua surreale cifra stilistica il perno attorno al quale gira tutto il suo impianto narrativo.

È la prima volta che leggo un romanzo di Michele Mari e come prima volta devo tutto sommato ammettere che non è male. Tuttavia, è bene fare tutti i dovuti distinguo affinché si possa capire qualcosa di questo sommario giudizio.

Anche in questo caso avverto il lettore che nelle righe sottostanti può (forse) trovare l’odiato spoiler di prammatica. Va tuttavia sottolineato che il libro si può comodamente leggere anche conoscendone la trama.

Cominciamo dal titolo che richiama un’espressione del mondo della filologia che indica quei passi di un testo la cui inintelligibilità è tale da far gettare la spugna al più capace e volenteroso dei curatori. In particolare, pare che in casi di questa natura i filologi segnalassero il locus desperatus con una croce. Ammetto in tutta sincerità che tale espressione non mi era nota. Non che il sottoscritto abbia mai avuto alcuna ambizione nel campo della filologia ma è sempre bello imparare qualcosa di nuovo che spinga l’orizzonte dell’ignoranza un poco più in là.

Già di questo sono grato a Mari.

Se il titolo del libro presenta già un richiamo così importante, posto che il titolo l’abbia scelto l’autore e non qualche zelante editor che, nel caso, avrebbe comunque svolto egregiamente il suo mestiere, forse è perché offre una importante chiave di lettura per le intense pagine che lo compongono. Non sapevo, questo è vero, dell’esistenza di questa figura tecnica della filologia ma non mi sfugge affatto il suo portato semiotico. Se c’è una croce (che il Treccani ci insegna esser detta crux desperationis) in luogo di un testo va da sé che il portato analitico che comporta si ammanta di considerazioni succose alle quali, sia mai!, non mi sottraggo.

La croce è il locus desperatus, per l’appunto, simbolo dell’insuccesso del filologo ma è anche la stentata firma dell’analfabeta nonché l’incognita per eccellenza, quella x che nei compiti di matematica del liceo e dell’università ci fa impazzire e che in quanto tale, cioè in quanto incognita, non è nota.

Che c’entra questo con il romanzo?

C’entra.

La storia è quella di un tizio che fa delle sue cose il segno più consistente del suo plesso identitario. Nella finzione del romanzo il tratto psicologico è accentuato: l’ossessione quasi psicotica per le collezioni di oggetti che possiede (che sono di qualsiasi tipo: dai libri alle stampe a lampade di design fino a “centocinquattotto targhette cm 2.8×1.8 con numerazione discontinua da 19 a 391”) non è solo un tratto, pur caratterizzante, di smanioso possesso ma rappresentano la trama insolubile di tutti i suoi pensieri, di tutti suoi sentimenti, dei suoi piaceri e delle sue paure. In quanto tali, dunque, le sue collezioni non simboleggiano, in allegorica rappresentazione, ma sono il tizio in questione. Tale è tanta la biunivocità identitaria del tizio e delle sue cose che con esse, il tizio, ci parla e… loro gli rispondono!

La vicenda si apre con il protagonista che uscendo di casa intravede una grande X tracciata con il gesso sulla porta della sua abitazione. Scopre, poi, che tale X è il segno che permetterà a misteriosi esseri di individuare il suo appartamento e di sfrattarlo, per quanto in modo assai singolare. La spiegazione di come ciò avverrà gli è portata da uno di questi esseri che, incontrato in un bar, non vede l’ora di occupare la sua casa e cerca di spingerlo ad andarsene sua sponte. Gli racconta anche che tale curioso procedimento va avanti sin dalla notte dei tempi e che, se vuole, anche lui potrà far parte di questo rutilante ciclo di possesso e spossesso. Non mi addentro oltre perché, nonostante il disclaimer iniziale, non è il caso di spoilerare con troppo dettaglio lo srotolamento narrativo della trama che, benché non fondamentale per coglierne il significato, ha il pregio d spiegarsi in modo quasi febbrile con un riuscito intento ansiogeno che è assai apprezzabile e che quindi può esser goduto anche senza troppe riflessioni a corredo.

Quel che importa, in questa breve lettura, è far notare che la X compare sin da subito nel romanzo a segnare, ça va sans dire, il luogo che contiene tutte le sue cose. E, dunque, in accordo con l’impianto metaforico accennato poc’anzi, anche la sua stessa persona.

Di lì in avanti la vicenda è un susseguirsi di circostanze ed eventi che nel surreale immaginifico del romanzo, sostrato imprescindibile oltre che cifra stilistica, rappresenta una sorta di discesa all’inferno del protagonista dapprima incapace di raccapezzarsi nelle assurde minacce che lo perseguitano ma poi assai determinato nel combatterle con le loro stesse, per quanto surreali, armi.

Il richiamo più immediato è, mi par ovvio, il Gogol del Il naso. Si tratta, infatti, di una vicenda che non ha una spiegazione razionale. Non viene spiegato, ad esempio, da dove vengono questi misteriosi esseri la cui aura demoniaca è tratteggiata con dovizia di dotte citazioni e anche con un poco velato, ma non per questo più rassicurante, sarcasmo. Oppure non viene spiegato, come farebbe una trama fantascientifica, il senso straniante di due universi paralleli che si incrociano nella circostanza per la quale compaiono due fotografie della sua classe del liceo che dovrebbero rappresentare lo stesso momento e invece raffigurano persone del tutto diverse. Men che meno viene spiegato come sia possibile il dialogo con le cose che lo circondano o con lo strano e informe essere che lo aiuta, in qualche modo, a difendersi dal misterioso sfratto. Non c’è nulla, in definitiva, che consenta una ri-costruzione razionale delle surreali vicende dipanate nel romanzo. Come nel racconto gogoliano il protagonista si ritrova invischiato nella vicenda e in qualche modo, attraverso varie peripezie, decide di giocare allo stesso gioco dei suoi misteriosi aguzzini, infischiandosene della assurdità del tutto, e mettendo infine mano alle armi che ha a disposizione per resistere al tentativo di sopruso cominciato da quella X, che ricompare inesorabilmente dopo ogni suo tentativo di cancellarla, segnata alla sua porta.

Il senso a prima vista un po’ imbronciato di questa X è tanto l’apposta firma analfabetica che segna al contempo il suo esserci, ché le sue cose sono la sua stessa essenza, quanto il rischio cui è sottoposto d’esser sfrattato dall’appartamento, cioè da se stesso. Il senso, in definitiva, è di segnare uno di quei momenti della vita in cui si rischia di perdersi, di smarrirsi, di lasciarsi abbandonare al caos. Poco importa per quale motivo, sembra dire proprio quella X, ma c’è, accade, succede.

Non sto a percorrere la trama che, come detto poc’anzi, può esser goduta anche in lettura superficiale se non per sottolineare che il finale è interlocutorio e ambiguo.

In un primo momento ne rimasi un poco deluso, avendo ipotizzato un qualche evento epifanico capace di portare un poco di luce in tutte le surreali vicende che vengono narrate nel romanzo. Tuttavia, un poco di riflessione mi ha spinto a riconsiderarlo nella sua sintetica, ma non per questo meno significativa, suggestione di lotta e resistenza contro l’assurgere della follia. L’ambiguità va ricercata nella lettura che si può dare di tutto il romanzo.

Si potrebbe leggere questo romanzo quale surreale strumento di critica ad una società che fa del possesso il tratto più caratterizzante del suo appartenervi. Si tratterebbe, cioè, di un’esasperazione letteraria del tipico individuo che forma la propria identità sociale, nel confronto sociale, in base alla titolarità potestativa sugli oggetti che possiede. Tuttavia, così fosse, ci si aspetterebbe molto più sarcasmo e molto più confronto unitamente ad una parallela esaltazione, non importa quanto surrettizia, di modi di vivere diversi. L’assenza soprattutto di quest’ultima mi fa propendere per lo scarto di questa interpretazione che può al massimo ambire a far da sfocato sfondo per quella che, invece, reputo più interessante.

Non mi sono volutamente precipitato a ricercare eventuali interviste dell’autore che presentando il libro ne suggerisse la chiave interpretativa. Magari lo farò, in futuro, per riservarmi un addendum a questa lettura. L’idea è di lasciare che le mie riflessioni siano del tutto indipendenti. Non è un quiz a premi questo.

In quest’ottica la lettura che più balza all’occhio è certamente quella di una esasperazione letteraria ma non tanto di un rapporto dell’individuo con la società, di cui all’autore pare importi poco, quanto dell’individuo tout court. Il plesso identitario, sembra dire Mari, è fatto anche e soprattutto da ciò che possiedi ove però il possesso è visto quale riflesso biunivoco della personalità. Così andando, non è il possesso della cosa ciò che rispecchia la personalità quanto, invece, la cosa stessa. La casa del protagonista è, anzi è, in quanto contenitore delle sue cose il protagonista stesso. Non è psicologia da bar, s’intende. Anzi, apprezzo molto il senso che traspare da queste pagine perché si pone in ortogonale contrapposizione contro il tipico psico-pagliaccio da social media o contro il, presunto, “life coach” che riempie i suoi post di “sii te stesso” “io sono me stesso” “mettiti in gioco” e via di seguito con aforismi utili solo a decorare la carta di un cioccolatino.

La questione è molto più complessa di così.

Non è raro, ad esempio, ritrovare nelle parole di chi ha subito un furto in casa lo smarrimento e lo spaesamento causati non tanto dal furto, in sé, degli oggetti che gli appartenevano quanto dal senso di violazione personale che il furto provoca. Le proprie cose sono a tutti gli effetti parte del sé. Se è così allora non sono oggetti inanimati ma animati. Nel romanzo gli oggetti parlano con il protagonista e agiscono insieme con il protagonista aiutandolo nella sua lotta contro l’invasione dell’assurdo. Alcuni lo tradiscono passando dalla parte del nemico mentre altri mantengono la dovuta fedeltà. I leali sono il suo esercito, per quanto surreale (dovrò trovare un sinonimo!) e assurdo, nella battaglia contro lo sprofondamento nella follia.

Nel dipanarsi del romanzo i libri del protagonista, anzi i suoi libri, subiscono l’attacco delle forze misteriose della follia dapprima confondendo le lettere delle parole, rendendole incomprensibili, e poi cancellandole, finendo per essere raccolte su raccolte di libri con pagine bianche. Parallelamente il protagonista del romanzo, di quei libri, scopre di dimenticarne prima alcuni dettagli e poi con progressione inquietante i nomi ivi presenti, i significati e infine le trame per intero. I libri sono la sua memoria e la sua memoria sono i suoi libri così che cancellandosi l’una si cancellano gli altri e viceversa. Se l’individuo si perde, quale che ne sia la ragione, si perdono anche le sue cose e viceversa.

Il locus desperatus è tanto l’inintelligibilità della propria individualità, quanto la trincea all’interno della quale ognuno si affonda per difendere la propria posizione. Il locus è desperatus non, in facile metafora, in quanto senza speranza ma perché impedisce agli altri di penetrare sino in fondo nella comprensione dell’individuo. È chiaro che non c’è alcunché né di positivo né di negativo in questa narrazione. Apprezzo molto da parte di Mari, il non aver caratterizzato giudizialmente il percorso del suo protagonista. Suppongo che, come sempre nell’opera letteraria, abbia “solo” cercato di porsi di fronte al lettore quale spunto di riflessione e aver cercato di farlo nel modo più piacevolmente artistico possibile. Mi vengono in mente antichi studi di psicologia cognitiva e le memory wars tra psicanalisti e neuroscienziati degli anni 90. In esse si dibatteva circa il ruolo della memoria nel complesso identitario. Se i seguaci di Freud ne caratterizzavano, in buona sostanza, il monolite intangibile formatosi nell’infanzia via via nascosto (in inconscia rimozione) dal vissuto ulteriore e tuttavia capace di influenzare carattere, orientamento e identità i neuroscienziati, invece, ne scoprivano empiricamente il carattere perennemente cangiante e plasmabile, persino fallace. La vittoria, se così si può dire, di questi ultimi è stata di portata tale da convincere persino il sistema giudiziario alla rinuncia della testimonianza oculare quale elemento probatorio inconfutabile. In questo contesto l’attaccamento alle cose del protagonista del romanzo di Mari è segno dell’alterità della memoria che necessita di un “gancio” esterno, di un simbolico attaccapanni a cui appendere i propri ricordi affinché rimangano in qualche modo fissati in uno schema facilmente raggiungibile. Non per caso, le tecniche mnemoniche sviluppate dai grandi umanisti rinascimentali fanno perlopiù riferimento alla capacità di far corrispondere il tratto da ricordare (perlopiù libri, e non a caso! ma il discorso rischia di deragliare dal binario e non approfondisco) ad un oggetto esterno: mazzi di carte, case di una via, palchi di un teatro e così via. Il tutto con lo scopo di agganciare una cosa ad un’altra più semplice in modo tale che ricordando quest’ultima si apre anche il ricordo dell’altra. Così, il protagonista di Mari, si attacca alle proprie cose, inconsapevole (o no?) simbolo che il proprio vissuto sia sprofondato, animandole, nelle cose che possiede.

Non so quanto Mari conosca di neuroscienze e di verifica empirica di ciò che chiamiamo memoria: se qualche aggancio ci fosse l’applaudo a scena aperta. Si potrebbe persino pensare che questa mia lettura possa essere confutata. C’è infatti, nel romanzo, un piccolo “gioco” che potrebbe rimandare alla psicanalisi anziché a psicologie cognitive o neuroscienze. In esso si parla di un comico scambio di urne funerarie e in particolare di quella della defunta madre del protagonista. Non scendo in dettagli (è molto divertente!) ma non posso nascondere che dietro quelle pagine si nasconda il dubbio di un gioco psicanalitico. Ma tant’è: non sto certo commentando un saggio scientifico! Mi piace però riferirmi ancora una volta all’episodio delle fotografie della classe del liceo che nella trentennale distanza che le separa dall’attualità lasciano trasparire il senso di spaesamento della memoria che si trova in difficoltà nel riconoscere quale ricordo vero l’una oppure l’altra. Già, qual è quella vera? Quella in cui i nomi li riconosco ma le facce no o l’altra, in cui avviene il processo inverso?

Bello!

Proseguendo in queste riflessioni mi riallaccia quanto accennato poc’anzi e cioè che è interessante rilevare che non c’è un giudizio in questa rappresentazione. Non c’è, cioè, un senso di positivo o di negativo che traspare da queste pagine.

Significativo, in questo senso, è il percorso inverso che fa un personaggio secondario che compare nel romanzo. Si tratta di un tale Procopio che all’inizio è tratteggiato quale un uomo fisicamente deforme, vestito di stracci e prostrato da fame, povertà e ludibrio. Poi nel corso del romanzo la sua gobba scompare, la schiena si raddrizza, gli stracci di cui era vestito lasciano il posto a capi firmati, ringiovanisce addirittura e diventa bello e ricco. Il percorso di Procopio è quello di colui che accetta le lusinghe dei misteriosi esseri che vogliono sfrattare il protagonista. Rappresenta in qualche modo la tentazione che lo spossesso mette davanti al protagonista del romanzo: puoi diventare bello e ricco, no? A Procopio è capitato! Michele Mari lascia libera interpretazione a questo surreale (datemi un sinonimo, santo cielo!) Dorian Gray. Non è né un personaggio positivo né negativo. Nuota nel mare delle possibilità, il Mari, e ce le mostra con questo personaggio. Mi spingo persino a sostenere che la categoria del positivo e quella del negativo non fanno parte della narrazione. Si parteggia, certo, per l’ansiosa lotta del protagonista ma nel farlo non ci scopriamo a giudicarlo positivamente o negativamente. E se avesse accettato le lusinghe dei demoni come ha fatto Procopio? Non sarebbe stato meglio? No, non ce le poniamo queste domande, quantomeno non nel senso di giungere ad un giudizio.

Parteggiamo per il protagonista solo nel banale ma fondamentale senso della solidarietà umana. Siamo con lui solidali. Percepiamo il suo spaesamento, lo facciamo nostro e infine comprendiamo la sua resistenza e quella dei suoi leali oggetti. Non sappiamo se la resistenza sia vana o utile, sensata o insensata. Non sappiamo nemmeno se avrà successo o meno.  Ma sappiamo che potrebbe capitare anche a noi e tanto basta.

Brilla, per la sua assenza, ogni riferimento al digitale del mondo d’oggi. Non è un caso, suppongo. E non solo perché la scelta stilistica che consegna la narrazione di questo Locus Desperatus, quantomeno tentativamente, ad una classe fuori dal tempo. Nel richiamo gogoliano che ho fatto poc’anzi si può leggere anche la scelta stilistica. Nulla vieta, nella ricchezza del vocabolario, nello spunto narratologico di un io narrante che sembra strappato a forza da un racconto ottocentesco, nel ricorso a dotti citazionismi e persino ad approfondimenti etimologici (in omaggio al titolo suppongo), di collocare il libro in uno scaffale di biblioteca assai polveroso. L’autore è attento a inserire alcuni richiami pop che alleggeriscono l’impalcatura professorale impedendone lo scarto di valore e dribblando con abilità il “mero esercizio di stile” che verrebbe immediatamente alla mente se ci si limitasse a leggere le prime pagine. La brevità del romanzo non ne pregiudica l’intensità della lettura (anzi: la favorisce) proprio perché questa scelta stilistica, condotta peraltro con mano ferma e vorrei persino dire “professionale”, costringe ad un’attenzione che in altri casi (ogni riferimento ai cosiddetti best-seller scritti con lo stampino è puramente casuale) è catturata solo dalla trama.

E tuttavia, ribadisco, non c’è alcuna traccia del digitale. Il digitale non è un oggetto a cui ti puoi “attaccare”, non possiede una propria materia da animare, né possiede una forma da plasmare. Il digitale (o virtuale se si vuole) è totalmente immateriale, by definition, quindi inerte al senso: suppongo che Mari non lo abbia incluso anche per questo motivo e non solo per lo sforzo di collocarsi al di fuori del tempo. Quale che sia la profondità metaforica che si sceglie di adottare per interpretare questo romanzo il digitale non riuscirebbe in alcun modo a rappresentarla. Che sia il semplice la-casa-è-la-persona-e-la-persona-è-la-casa oppure un richiamo ai mondi mnemotecnici del rinascimento oppure un ancora più complesso gioco di rispecchiamenti neuro-psicologici rimane il fatto che nessuno di essi avrebbe funzionato se l’autore avesse introdotto elementi digitali che riempiono la nostra quotidianità.

Questo suo collocarsi fuori dal tempo è forse il pregio più interessante cui rivolgere le proprie attenzioni letterarie qualora si decida di approcciarne la lettura. Stupefare il lettore attraverso l’utilizzo di stilemi manzoniani piuttosto che attraverso il ricorso a lemmi talmente desueti da faticare a trovarne il significato anche nei dizionari più completi è indubbiamente uno degli scopi del romanzo ma, almeno in questa mia lettura, non è un virtuosismo fine a se stesso bensì funzionale al tessuto (più o meno) metaforico dell’assurdo dramma che è messo in opera.

Dal punto di vista prettamente stilistico il primo nome che mi viene in mente è, per quanto ne risulti assai lontano sul piano tematico, Gesualdo Bufalino. Chi ha goduto della impegnativa prosa di Bufalino troverà in questo libro di Mari piacevoli affinità. Mentre lo leggevo mi veniva in mente anche Gadda, ove qualche affinità tematica, a differenza di Bufalino, può forse riscontrarsi. Ma paradossalmente la ricchezza di vocabolario è in Gadda meno funzionale alla trama di quanto non lo sia in questo di Mari il che crea una certa divergenza. Lo strumentario linguistico di Gadda ha altre funzioni, se così vogliamo dire. Dal punto di vista dell’impianto narratologico, della costruzione della trama e della struttura invece i nomi che balzano alla mente, oltre al già citato Gogol de Il naso, sono anche quei racconti fantastici che vanno sotto il nome di letteratura gotica o che da essa hanno tratto ispirazione: da Horace Walpole Mary Shelley, da Poe allo Stevenson di Jekyll e Hyde, o al già citato Dorian Gray di Oscar Wilde. A costoro Mari strizza l’occhio perché la linearità della sua narrazione, senza intercalare salti geo-cronologici, è funzionale all’intento un po’ febbrile e ansiogeno di cui ho già accennato.

Non è però tutto rose e fiori.

Ho notato, infatti, alcune di quelle che io penso siano lacune di omogeneità narrativa. Ad esempio, il personaggio che rappresenta il demone che vorrebbe sfrattare il protagonista dalla casa e impossessarsi delle sue cose ad un certo punto scompare e non ritorna più. Mentre rimane la sua minaccia, rappresentata dal continuo riapparire della X sulla porta e dal countdown numerico del finale. Forse sarebbe stato più funzionale vederlo ricomparire qua e là, come a mantener viva la minaccia non solo di ciò di cui si paventa l’accadere ma anche del chi lo farà accadere. Oppure l’interazione con la corpulenta ex compagna di scuola che, per quanto comica e funzionale al successivo episodio delle foto del liceo, non mi è parso sia stata tale da giustificare l’orrorifico (nel senso dello strizzamento d’occhio alla letteratura gotica) gioco dell’urna cineraria di cui si ode il sinistro bussare. Oppure, infine, il ruolo del personaggio amorfo, che metaforicamente ho interpretato quale una sorta di cosificazione del pensiero del protagonista non foss’altro che perché gli legge il pensiero in automatico (così come le sue cose sono la cosificazione della sua memoria e identità) che proprio per questo mi sarei aspettato avere un ruolo più attivo, sia pur nel surreale andamento della vicenda.

Del resto, su queste ultime note un poco critiche potrei anche sbagliarmi (a parte sulla scomparsa dalla narrazione del demone che rimarrà presumibilmente anche in future riletture), ma com’è evidente non si tratta comunque di qualcosa che possa dimidiare il valore generale del romanzo che rimane quindi un’ottima prova d’autore, interessantissima e che vale certamente la pena leggere.

Ad maiora.

NON RECENSIONE: LE RIPETIZIONI – Giulio Mozzi

Non so quanto senso abbia, visto quanto si troverà più sotto, avvertire il lettore che più sotto ci saranno anche degli “spoiler” ma lo faccio ugualmente per non attirarmi le ire di chi è incuriosito. Sappiatelo, dunque, che qui si spoilera alla grande.

Come forse l’inesistente lettore di questo blog già sa, non amo particolarmente la “recensione” libraria. Diversamente da prodotti d’uso, quali aspirapolveri, smartphone, automobili e così via, il libro non è passibile di esser recensito se non nella sua parte materiale. Una corretta recensione di un libro, a voler far gli spiritosi, andrebbe condotta analizzando il materiale di cui è composto, interrogandosi sulla qualità della carta, della impostazione della copertina, dell’impaginazione, la scelta del carattere di stampa e così via. Ben diverso è il contenuto del libro, ciò che vi è scritto. Sicché non ha molto senso al di fuori di quanto sopra. Tuttavia, il critico si è inventato questa disposizione articolistica in quanto utile a riempire le colonne di un giornale o di una rivista (o di un blog o di un post sui social, se è per questo) e per dare una giustificazione ad una quotidianità del suo lavoro che, auspicabilmente, possa anche contribuire al suo reddito.

Non ho nulla in contrario, per carità, a tale scelta: tutti dobbiamo mangiare e pagare il mutuo. Avrei però scelto un’altra categoria sotto la quale andare a misurare, secondo l’arbitrario metro di giudizio del critico, il valore del libro. Analisi? Riflessione? Impressione? Due-chiacchiere-su? Oppure, perché no?, lezione! Come quando la professoressa d’italiano spiegava l’Infinito di Leopardi o il capitolo sulla conversione dell’Innominato. Se il critico ha competenze tali da poterne ricavare una lezione why not? Penderei dalle sue labbra, anzi, dalla sua penna.

D’altra parte, ha senso recensire un quadro o una scultura? A meno di non dilungarsi sulla qualità della tela o dell’olio usato per i colori o del marmo utilizzato o degli utensili e così via e quant’altro di tecnicamente implicito nella realizzazione non mi pare abbia molto senso. Della Gioconda di Leonardo o del Mosè di Michelangelo non si leggono “recensioni” ma racconti, storie, analisi.

Dunque ha senso “recensire” un libro?

Si potrebbe pensare che se il libro in questione fosse un saggio già la parola “recensione” potrebbe avere una minima sensatezza nella misura in cui, analizzandone il contenuto in relazione agli scopi del saggio, si possano o meno rilevare la coerenza, la completezza, la profondità, il target (divulgazione/universitario/esperti/ecc.) e quant’altro possa dare indicazioni per chi intende acquistare il saggio avendo in mente determinati obiettivi. Ritengo vi sia differenza tra voler imparare, voler sapere, voler studiare e così via. In funzione di tali obeittivi il saggio sarà più o meno rispondente alle necessità dell’acquirente. Ma non approfondisco oltre e lascio ad altri post il ragionamento.

Ora, detto quanto sopra, non mi nascondo dietro a un dito e non posso non ammettere che molte recensioni che si trovano, sia sulla carta stampata che sul web, non siano recensioni “spiritose” ma sono letture che vanno nella corretta direzione che surrettiziamente suggerivo più sopra. Solo che, per dirla prosaicamente, è invalso nell’uso chiamarle, per l’appunto “recensione”, per poterne consentire una miglior ricerca su Google. Se sto cercando impressioni del libro che ho già letto sarà più facile trovarne con la parola chiave “recensione” seguita dal titolo che non cercando il mero titolo del libro (che finirebbe per esser banale rimando ai siti che lo vendono).

Si tratterà perlopiù di impressioni personali, embrionali analisi, banali espressioni di gusto: il libro X mi è piaciuto e quello Y non mi è piaciuto. Nulla di male. Va tutto benissimo. Anzi, spesso sono utili proprio perché consentono di mettere a confronto opinioni e impressioni, e in alcuni casi anche vere e proprie analisi.

È dunque con questo spirito, quello di una non-recensione per l’appunto, che mi accingo a scrivere quanto segue rispetto al libro che compare nel titolo di questo post.

In pratica, in due parole, in una sintetica locuzione, in uno schiocco di dita, in un fugace ma significativo accenno, questo libro, ebbene…

… è pietoso!

Ed è un peccato perché avevo molte aspettative quando mi sono accinto alla lettura.

Di Mozzi avevo già letto una raccolta di racconti, ormai tanti anni fa, e il cui ricordo, per quanto ampiamente annebbiato, è di segno positivo. Mi fu consigliato da una persona di cui avevo ampia stima e certamente il consiglio fu ben posto. Anche le sue successive uscite (che però, è bene precisarlo, io non ho letto) sono raccolte di racconti, frammiste ad altra pubblicistica di vario tipo, teatro e quant’altro. Mi è capitato anche di leggere qualche suo post sui social di cui ricordo sagacia e brillantezza. Non ha mai, però, pubblicato un romanzo sicché questo, Le ripetizioni, è evidentemente la sua prima prova in tal senso..

Tutto ciò ha creato quell’aspettativa di cui poc’anzi accennavo: non so quanto e come ma sicuramente sarà interessante, mi dicevo.

Manco a farlo apposta la lettura, e conseguentemente il libro, comincia benissimo, aumentando ancora di più le aspettative che già avevo.

L’inizio, infatti, è scoppiettante (in senso squisitamente letterario) con il protagonista che associa al profumo della pianta del bosso, incontrata in magistrale racconto nientemeno che nel giardino di Boboli a Firenze, lontani ricordi legati ad un paese del Friuli in cui aveva trascorso le vacanze negli anni della sua infanzia. Il suo ricordo ineriva alle passeggiate verso la chiesa del paesello, ai giochi, alle corse e rincorse da bambino, alle messe e ai preti: era infatti un giardino di una chiesa in cui lui, da bambino, andava spesso con il fratello. In più, nel meccanismo reso classico dalla madeleine proustiana, tutta l’infanzia si apre al suo sguardo mnestico, odorando il bosso vecchi parenti, arredi, libri (libri che torneranno, ça va sans dire data la professione del protagonista e dell’autore, parecchie volte nel seguito del romanzo) prendono vita in un rutilante bailamme di vividi ricordi che lo impressionano e lo turbano al tempo stesso. Sennonché, una volta recatosi appositamente in quel paesello friulano per toccar con mano il ricordo d’infanzia il protagonista scopre che del bosso che tanta rievocazione gli ha riportato alla mente non c’è alcuna traccia. Peggio ancora! A precisa richiesta il vecchio sagrestano o comunque un personaggio che cura quel giardino da decenni gli dice che lì di bosso non ce n’è mai stato! Sorpreso, si guarda intorno, e continua a non vederne. Chiama il fratello e gli chiede se si ricorda ma no! Anche lui gli conferma di non aver alcuna memoria di bosso in quei giardini del paesello.

Wow! Che inizio! Il meccanismo proustiano si attiva ma anziché partire da un vero ricordo parte da uno falso, quello del bosso. Oppure, se si preferisce, vero è il ricordo ma falso è il trigger che lo innesca il che porterebbe alla domanda sul come e il perché un falso interruttore possa comunque accendere la luce nella stanza. L’incipit è senza alcun dubbio assai notevole!

Figuratevi! Sobbalzo, alla realizzazione che questo raccontare sta stravolgendo il tòpos proustiano e non vedo l’ora di proseguire immaginandomi chissà quali idee che possano scaturire dal romanzo dopo questo popò di esordio.

Nel capitolo successivo la scena cambia repentinamente. Con il protagonista che ricorda una gita scolastica ai tempi del liceo alla biennale di Venezia del 1972 e in particolare di una installazione/happening di un artista che mise in mezzo alla sala uno di quei baracchini che fanno le fototessere invitando tutti i visitatori ad usufruirne per poi, infine, mettere in fila tutte le fototessere quali segno (sema, σῆμα) del qui-ed-ora. L’installazione in questione non è una invenzione letteraria ma è davvero esistita (Esposizione in tempo reale n. 4, di Franco Vaccari) e l’autore suppongo giochi sulla eventualità che lui stesso e non solo il protagonista del romanzo (tale Mario) abbia partecipato, da giovane, a tale installazione/happening. Quanto a questa, l’idea suppongo sia quella di rendere l’opera d’arte un momento di elaborazione collettiva in grado, in qualche misura, di spersonalizzare l’intervento dell’artista lasciando che l’opera, in qualche modo, si faccia da sé. Mi pare qualcosa di affine al situazionismo (Debord & C.) la qual cosa ci tornerà utile alla fine di questo scritto. Il punto è che anche questo capitolo presenta uno spunto assai interessante in quanto il protagonista ricorda (e non ricorda) che nelle quattro fototessere che si è fatto quel giorno comparve a mo’ di photobombing anche una ragazza che più tardi diventerà sua compagna e (forse) madre di sua figlia. Anche qui il protagonista è roso dalla eventualità che il ricordo sia falso o vero e arriva persino a far visita allo studio dell’artista, Franco Vaccari, a Modena ove si svolge una conversazione un poco surreale mentre i due cercano la fotografia “incriminata”.

L’ultima cosa interessante del romanzo è che entrambi questi eventi, e gli altri in cui si svolge il romanzo, sono cronologicamente ambientati il 17 Giugno, data di compleanno tanto del protagonista quanto dell’autore. L’escamotage consente di dribblare la cronologia della trama e di farne una sorta di parallelismo ipotetico, come di una possibilità di vita che ogni volta è quella narrata in quel momento del romanzo e al tempo stesso anche quella narrata in un altro momento. Chiaramente non è possibile che Mario il 17 Giugno possa al contempo essere nel giardino di Boboli a Firenze oppure in treno da Padova a Roma oppure in un bar a parlare con la sua ex compagna oppure nello studio dell’artista a Modena oppure nello studio del GAS a Padova e così via. Eppure, a meno di non pensare che quel 17 Giugno sia di anni diversi (e in alcuni casi è plausibile), sono tutte narrazioni ove evento ed eventualità sono il segno di ricordi veri e ricordi falsi che si intrecciano nella loro possibilità. L’operazione narrativa, in questo caso, risveglia un interesse per uno sperimentalismo alquanto apprezzabile.

Probabilmente anche la scelta di strutturare la trama del romanzo secondo capitoli intrecciati ricalca questa idea di evento/eventualità, l’eventuale vissuto potremmo dire, poiché le singole storie (o il loro ricordo, vero o falso che sia) si dipanano per quanto possibile l’una in mezzo all’altra. Ogni capitolo si intitola La storia di ___ seguito da un numero. I numeri non sono in successione il che potrebbe consentire di gestire una lettura del romanzo in vari modi seguendo il consueto svolgimento da pagina 1 a pagina finale o tutti i capitoli in ordine della loro Storia di e relativa numerazione. Ad esempio, potrei leggere tutti i capitoli La storia del GAS e leggerli per conto loro seguendo, ricostruendola, la numerazione.

Interessante, nevvero?

Sfortunatamente, l’interesse così abilmente suscitato finisce qui.

Già il racconto dell’incontro con Franco Vaccari di cui poc’anzi ho mostrato gli aspetti, secondo me, interessanti, si trascina con una certa pesantezza e improbabilità. La scelta di far parlare un personaggio reale all’interno di un romanzo, in questo caso ancora vivente e nella sua fase della vita che corrisponderebbe all’attualità, è già discutibile di per sé. Magari l’autore ha davvero conversato con Franco Vaccari e quanto riportato nel romanzo è una riproposizione letteraria di questa sua conversazione – non lo so ma anche se fosse il grado di improbabilità che ammanta quel dialogo sfida assai la sospensione dell’incredulità che un lettore deve necessariamente porre in essere per seguire la vicenda.

Da lì in avanti, le storie che riguardano Bianca, Viola, il GAS (Grande Artista Sconosciuto), Agnese, Santiago e le altre (tra le quali un incomprensibile inserimento della storia del Generale Cadorna) si trascinano in modo stanco e irrisolto, senza un filo realmente intelligibile. Il tono è sempre inesorabile, il registro stilistico si riempie di un implacabile fatalismo intriso di una disperazione totalmente sconnessa dalla ambiguità del vero e del falso che era stata preparata così abilmente nelle prime pagine.

La sfida alla sospensione dell’incredulità è completamente persa, purtroppo. L’avvicendarsi delle diverse linee narrative, infatti, cade miserevolmente di fronte alla loro inverosimiglianza e/o all’inverosimiglianza dei tentativi dell’autore di inserirvi a forza i collegamenti. Non è credibile la sua storia con Viola e ancora meno è credibile la storia di Viola stessa, che precipita senza alcun motivo in un vortice di disperazione sessuale dei cui dettagli, peraltro, faremmo volentieri a meno. Non è credibile il crollo di Bianca (nel senso che si racconta che ad un certo punto si è manifestato – ci si aspetterebbe un racconto dei suoi primi segni, della sua evoluzione e quant’altro ma nel libro non c’è nulla di tutto ciò) e la successione dei fugaci incontri che ha con il protagonista nel corso degli anni. Non è credibile la storia di abiezione con Santiago, totalmente slegata dalla bozza di personalità del protagonista. Anche in questo caso il filo logico-narrativo sfugge totalmente di mano all’autore che tenta, forse consapevole di questa sconnessione, di forzare le minimali riflessioni del protagonista in quei frangenti, o in quelli in cui viene richiamata, in un malriuscito tentativo di rilancio sulle altre vicende. Sfilacciato è anche il narratore: alle volte sembra essere qualcuno che ha sentito il protagonista parlare di queste vicende in un bar, altre volte sembra il protagonista che parla di sé in terza persona, altre volte non c’è e così via. In-credibile è la lettera di Agnese (alla fine) che non è in nulla conseguente alla narrazione precedente – le grandi linee ivi narrate che dovrebbero fungere da collegamento sono talmente deboli da far persino sorridere per l’ingenuità con la quale sono proposte.

Vi sono anche alcune Storie di______ totalmente slegate dal resto dell’impianto narrativo. Tra esse una curiosa che riguarda il residuo del vissuto del Generale Cadorna, una con un fantomatico Capufficio, quella del Terrorista Internazionale o quella del martellatore di non ricordo cosa che è più che altro uno spunto per parlare dei genitori afflitti dai malori della vecchiaia. Quest’ultima Storia di___ riguardante i genitori è forse l’unica storia in qualche modo risolta, dal punto di vista narrativo e per quanto breve, dell’intero libro. In essa, infatti, con pochi ed efficaci tratti l’autore ci accompagna in momenti di ordinaria quotidianità in un ambito di insorgenza della demenza senile che ci commuovono non poco.

C’è poi una scelta di Mozzi che non credo sarò l’unico a biasimare. Particolare disgusto, infatti, si prova nella lettura delle storie di Santiago e di Viola. La prima è intrisa di un’abiezione sessuale insostenibile e la seconda è insulsamente attaccata al vortice di disperazione sessuale in cui, chissà perché (davvero non si capisce! gli abbozzi di spiegazione presenti nel libro sono ampiamente forzati) casca la tizia in questione. Il disgusto – di cui si potrebbe pensare sia il vero intento dell’autore: provocarlo, per l’appunto – non è disgusto per i protagonisti delle scene estremamente crude che sono descritte ma per la scrittura in quanto tale nonché per l’autore del romanzo che sottopone al suo lettore senza imbarazzo alcuno, almeno in apparenza, questo vano virtuosismo. Non è lo stesso disgusto che si prova, ad esempio, nella lettura delle più orride scene di un American Psycho, tanto per fare un esempio, giacché in quel caso l’orripilante abiezione che fuoriesce plasticamente da molte sue pagine genera un ribrezzo che il lettore imputa esclusivamente al protagonista, l’eroe negativo Patrick Bateman, e non certo allo scrittore come invece avviene nel caso di Mozzi. In quello l’abiezione è inframezzata alla studiata ridicolizzazione della classe di yuppies newyorkesi mentre in questo essa è totalmente decontestualizzata e spaesata finendo per essere, quindi, un esercizio di stile fine a se stesso, disfunzionale all’impianto narrativo quindi, in definitiva, puramente gratuito. Tali scene non assurgono nemmeno al ruolo di pornografia giacché almeno, in questa, il gioco linguistico instaurato con il lettore o lo spettatore è meramente basato sull’eccitazione provata per riflesso e/o per una sorta di fisiologica empatia sessuale. Non arriva a tanto, purtroppo, il Mozzi di queste pagine che degradano un romanzo (o presunto tale) già ampiamente scadente nel suo vago impianto narrativo. Dunque, se non c’è pruderie o eccitazione di riflesso, se non c’è un collegamento coerente oppure nemmeno il mero scandalo mi chiedo che senso abbia avuto dilungarvisi così a lungo.

Ci ho provato, eccome se ci ho provato, a trarre qualche riflessione da questo romanzo. Ho provato l’accostamento al già citato American Psycho ma non è riuscito. Ho provato a traslare il senso di irrisolto che pervade il libro in alcuni classici della modernità, come (forse in questo suggestionato dalla citazione conclusiva della postfazione di Walter Siti) Il Castello di Kafka ove apparentemente la surreale vicenda di K e dei suoi tentativi di farsi accettare nel Castello possono da lontano richiamare la sconclusionata, farraginosa e disordinata vicenda del Mario protagonista del romanzo di Mozzi. Tuttavia, mentre K vede frustrati i suoi tentativi di fare qualcosa nel Castello che lo fagocita e al contempo lo respinge, il Mario di Mozzi non si presta ad essere personaggio a tutto tondo, perché nel suo essere narrativamente sfibrato e inconsistente non si presta minimamente alla frustrazione disperata che, apparentemente, potrebbe essergli imputata dalla realizzazione del falso trigger e del falso ricordo che aleggia nell’impianto generale del romanzo. Ho provato l’accostamento ad altre figure irrisolte come il Gabriel del racconto I Morti di Joyce che scopre, infine, d’esser un fallito anche nell’unica cosa che riteneva solida, il suo matrimonio. Ma non c’è nulla in Mario, o negli altri personaggi del romanzo di Mozzi, che richiami il fallimento: il massimo che gli si può concedere è un fallimento pregiudiziale, per così dire, nella mente dello scrittore stesso che non li ritiene degni nemmeno d’essere iscritti allo svolgimento di un’impresa destinata, per l’appunto, al fallimento. O gli strampalati protagonisti dei racconti e dei romanzi di Bukowsky, o come diavolo si scrive, che sono così stritolati e stremati da una tristezza così profonda che nemmeno il ben noto pessimismo cosmico leopardiano può reggerne il confronto da lasciarsi impelagare in vicende surreali senza preoccupazione alcuna. Ebbene nemmeno in questo accostamento è possibile rintracciare alcunché perché la tristezza di Mario e dei suoi eventuali vissuti non è un lasciarsi andare alla corrente – alle volte sceglie altre no e nulla è spiegato o giustificato. In Pulp, ad esempio, il protagonista viene ingaggiato e conseguentemente si impegna, per quanto in modo sconclusionato, per portare a casa un risultato – il lettore parteggia per lui anche se ride di lui e nel suo essere irrisolto trova lo stesso residuale conforto che si prova vedendo il clown che guarda un fiore finto, credendolo vero, dal quale parte lo spruzzo d’acqua che lo colpisce in un occhio. Niente di tutto questo in Mozzi. Per un po’ ho accarezzato l’idea di un vago accostamento a certi personaggi pirandelliani. Nella celebre novella La carriola, l’avvocato e notabile protagonista fa sfociare le proprie tetre riflessioni sulla vita fatte durante un viaggio in treno (anche Mario viaggia spesso in treno e forse da lì il mio tentativo di accostamento) nella infine pratica decisione dello sfogo irrazionale del prendere la propria cagnolina per le zampe posteriori e portarla a spasso per l’ufficio come una carriola. Questo, naturalmente, dopo essersi chiuso a chiave nell’ufficio in modo che nessuno possa coglierlo in questo gioco surreale e possa dubitare della sua sanità mentale. In Mario la surrealtà dell’eventualità del vissuto scatenate dal falso trigger dell’inizio non è mai consequenziale e per quanto la folle depravazione della storia di Santiago, ad esempio, nella sua separatezza possa in qualche modo rappresentare un lontano rimando di qualche personaggio pirandelliano non si ha mai davvero l’impressione di vederne uno studiato richiamo metaforico a qualcosa, ad una qualsiasi cosa, tanto è vuoto del prosaico “spessore narrativo” che richiederebbe questo come qualsiasi altro accostamento.

In definitiva, in questo romanzo non c’è alcuna decisione, per quanto assurda come nella novella pirandelliana. Non c’è alcun intendimento frustrato, come nel Castello di Kafka. Non ci sono tristi abbandoni al caos, come in Bukovski. Non c’è nulla di nulla.

Il che potrebbe essere il fine di Mozzi, ad ogni buon conto.

E se non avessi capito nulla?

Sarebbe interessante, infatti, scoprire che il farraginoso impianto narrativo è in realtà prono alla più potente metafora di qualcosa o scoprire che l’inconsistenza del protagonista è la sua cifra più propriamente letteraria o che, infine, gli episodi così apparentemente scollati tra loro e financo corpi estranei al romanzo (come la storia del generale Cadorna) sono in realtà sottili rimandi e sagaci rispecchiamenti di un più profondo strato semantico che mi è completamente sfuggito.

L’enigma irrisolto è pur sempre un enigma: vedi gli indizi, li contempli, ne scorri le finiture e i bordi cercando di accostarli senza riuscirci ma sai che quella chiave che ti manca è lì, da qualche parte e che è solo questione di tempo e di applicazione per scovarla e giungere alla soluzione. Ecco, se il romanzo di Mozzi fosse questo ne sarei felice: mostratemi la chiave per risolverne l’enigma e salterò di gioia.

Posso, però, permettermi di dubitarne? Già, perché se il sintetico “pietoso” con cui ho liquidato il romanzo ha un senso è per quest’ultima considerazione che vado a proporre e che mi fa dubitare, per l’appunto, che vi sia una chiave di lettura celata alla mia vista.

La sgradevole, sgradevolissima!, impressione, anche al netto di ogni concessione d’ignoranza e di incapacità di comprendere, che viene leggendolo è che questo libro sia un raffazzonato collage di racconti di cui il nostro non è mai riuscito a trovare la soluzione narrativa.

Irrisolto è ogni racconto di questa raccolta (ops!), persino quello iniziale sul bosso di cui ho ben parlato all’inizio di questo sproloquio (che tale lo riterrà l’autore se mai lo leggerà o, ancor peggio, un qualche suo fan, ché oggi un fan non si nega a nessuno, che interpreta ogni cosa del suo idolo alla stregua di un dettato dalla cima del Sinai) ma che a ben guardare non va oltre il pur interessante rovesciamento del meccanismo della madeleine proustiana senza trarre alcuna conclusione.

Sgradevolissima, lo ripeto, è questa impressione che scartabellando tra le sue carte o tra i file del suo PC l’autore abbia pensato di prendere queste pagine e cercato di creare un qualche tessuto connettivo tra di esse, magari giocando con il 17 Giugno e i vissuti ipotetici e qualche vago rimando tra l’una e l’altra linea, giusto per poter sostenere che fossero tutti capitoli di un’unica entità, capitoli di un romanzo che viene presentato, classificato e infine spacciato per tale. Lo stesso Mozzi, nelle note, ci dice che avrebbe lavorato a questo romanzo sin dal 1998. Santo cielo! Nemmeno Manzoni ci ha impiegato così tanto con i suoi Promessi Sposi! Ma davvero dobbiamo crederci?

Sgradevolissima impressione, sia mai!, forse falsa come il bosso trigger dell’incipit ma che, guarda caso, spinge Walter Siti, nella sua postfazione, a precisare un po’ affannosamente e con evidente imbarazzo che Le ripetizioni, cito, “è a pieno titolo un romanzo”, casomai sorgesse il dubbio!

Ecco il pietoso del mio sintetico giudizio che si manifesta. È pietoso perché chiede pietà al lettore, pietà per aver spacciato una raccolta di racconti artificiosamente connessi tra loro per un romanzo. È pietoso perché suggerisce ciò che non c’è. È una presa per i fondelli, un trollaggio da spiritosone di twitter, un imbroglio situazionista di livello zero e anche così è dar troppo credito giacché si fregerebbe della dignità non già di (non)romanzo ma dell’operazione di spaccio che rappresenta.

Di tutto ciò si trova traccia, mi sia concessa infine questa chiave di lettura, nei tre passi che fanno da finale al libro (ove per “libro” intendo naturalmente l’oggetto che ho in mano in questo momento, non certo il sinonimo di “romanzo” dell’accezione colloquiale). Il primo è il capitolo intitolato la lettera, verso la fine del libro, il quale se letto nell’economia narrativa del romanzo è l’ennesimo corpo estraneo, che si legge con lo stesso spasmodico e disperato desiderio di espellere un calcolo mentre si è afflitti da una tremenda colica renale, ma che letto nell’ottica dell’imbroglio situazionista di cui sopra assume inaspettatamente il valore di vera e propria richiesta di perdono. No, non il perdono liberatorio che emerge dalla lettera della lettera (fatemi giocare un po’ con le parole, suvvia!), non quella obbrobriosa e disgraziata affrancatura che l’ipotetica figlia, negletta preterintenzionalmente dal padre e per stretta conseguenza (toh! Una consequenzialità!) preda della sua stessa (ma rovesciata) turpitudine incestuosa che il padre (in quel caso senza alcuna speranza di non esserlo) aveva provato alla vista della sua foto ignuda, porge oscenamente al suo sguardo, non quella arrogante indulgenza che rovescia il tipico distacco padre-figlia ove è la figlia a lasciare andare il padre e non il (naturale?) viceversa, liberandolo, per l’appunto, dalla abiezione in cui l’aveva precipitata. No. Nulla di tutto ciò. È proprio lui, Mozzi, l’autore, che si nasconde dietro questo narrativamente improbabile momento per chiedere perdono al lettore. Ti ho brandito per i glutei sembra dire ma ora basta, dai. Puoi buttare il libro.

(tanto, ormai, l’hai comprato, no?)

Ma non contento, il troll prosegue. Sale di livello, per così dire, e dopo aver rivelato il trollaggio di primo grado ecco che passa all’ordine successivo. Come nella matematica: dall’equazione di primo grado si passa a quella di secondo grado. E qual è la formula risolutiva di una equazione di tal fatta? Riprendete i vostri testi di analisi matematica del liceo e troverete niente meno che la formula del delta (o del discriminante) che consiste nell’analisi dei coefficienti secondo un metodo consolidato. Ignaro o consapevole che sia di cotanto matematico artificio, il nostro autore scomoda il GAS (il Grande Artista Sconosciuto), coefficiente della gigantesca incognita che è Mario, per analizzarlo metodicamente come nella formula del delta e utilizzarlo, infine, per instillarci una goccia di speranza e di bellezza. In tutto il disperato e miserevole marciume che scandisce gli eventuali vissuti del ripetuto 17 Giugno, la schizofrenia di Bianca, l’abiezione di Santiago, la caduta di Viola e persino il mesto deperimento senile dei suoi genitori, l’autore ci offre un momento di pura e trasognata meraviglia. L’ultima opera del GAS, infatti, diventa il capolavoro della sua carriera, della sua vita. Ed è proprio lui, Mario, ad accorgersene. Il GAS, infatti, non se ne era affatto reso conto. È lui, Mario, a spiegargli perché è il suo capolavoro, con parole dosate, analitiche e poetiche al tempo stesso, sapienti e “sapute”, certe e incontestabili. E non importa se a guardarlo sono solo loro due: in quello scantinato che fa da casa-studio del GAS il capolavoro (anzi IL capolavoro) giace come un fiore sotto la neve, come un gioiello nascosto in una cassaforte, come la abbacinante e meravigliosa improvvisazione del Grande Pianista Sconosciuto che nel segreto della sua stanza pigia gli ottantotto tasti come fosse un Beethoven redivivo e finisce la sua performance affannato ed emozionato (e tristemente consapevole di non potersi più ripetere). Eccolo, il troll in azione!

Perché? vi chiederete. Che c’è di male nel dare un messaggio di speranza? La capacità, pur casuale, di creare bellezza che risalta da questo penultimo capitolo, non è forse come il discorso ai bambini di Alioscia nei Karamazov? La speranza per un futuro migliore non è affatto persa?

E se invece, rispondo, Mario si stesse beatamente e maliziosamente prendendo gioco del GAS? E se quindi, traslando, fosse il surrettizio pungolo dell’autore che ti sta dicendo, sì proprio a te lettore, che hai appena letto un libro capolavoro? Non è situazionismo becero anche questo? (ciao lettore, come stai? Credevi di aver letto una schifezza, vero?  e invece eccola qua! La speranza!)

No! Ci sei cascato! Le ultime due-pagine-due ti fanno nuovamente precipitare nell’imbroglio situazionista. Non esiste nessun Mario oltre a quello dell’abiezione. Non ci sono ipotetici ed eventuali vissuti alternativi. Non c’è nessuna Bianca, nessuna Viola, nessun GAS c’è solo la turpe complessione di Santiago, nome che è contrazione spagnoleggiante di San Giacomo, protettore dei bambini, che in questo continuo rovesciamento dei ruoli uccide, nel più orripilante e osceno dei modi la bambina, quella bambina che non esiste più e non potrà mai scrivere la lettera, che non potrà mai essere la turpe figlia che ti libererà con la sua inquietante lettera e che quindi, innocente, scompagina ogni ipotesi che di questi vissuti tu sia in qualche modo protagonista.

Ci credi? Sembra dirci Mozzi. Gioca con la sua biografia: non è forse il 17 Giugno la data del suo compleanno? Non ci sta forse, proprio per questo, parlando direttamente? Come si spiega altrimenti il terzo e ultimo passo, peraltro di due sole parole, che fa da finale al libro? quell’ Adesso, basta che conclude ex abrupto il “romanzo”?

Ti ho brandito per i glutei, lettore, e ora, anzi adesso, finiamola qui, anzi basta.

Terzo livello di trollaggio, dunque. Ce lo sta dicendo direttamente. Adesso? Basta. Adesso, basta. Ne ho abbastanza persino io.

Pietoso, sì. Impietoso, altrettanto. Pietoso pure il sottoscritto che decide di proseguire la lettura sino alla fine irretito dalla quarta di copertina (sì! Fino a lì si è spinto, il Mozzi) che volendo potremmo definire il quarto livello dell’imbroglio situazionista ove si legge, cito,

“[…] che Mario contempla come enigmi incomprensibili e rivelatori. Arrivando, nell’ultima pagina, alla più orribile delle conclusioni”.

Si ipotizza un finale a sorpresa, magari rivelatorio, ove tutti i nodi vengono al pettine e come in un’epifania joyceiana si colloca davanti allo sguardo del lettore quella chiave che gli consentirebbe di aprire tutti gli scrigni rimasti chiusi lungo l’arco della narrazione precedente.

Questo, solo questo, mi ha spinto a proseguire la lettura e portarla a termine. Come in un pessimo romanzo giallo che si legge a fatica ma di cui si vuol comunque sapere chi è l’assassino. Il che, peraltro, potrebbe far dubitare di quel pessimo giacché se si è curiosi di sapere chi è l’assassino forse così pessimo il romanzo non è.

(ti vedo, lì mentre scrivi, che dubiti della inappellabile censura che stai portando avanti. E se tutto questo scrivere, questo criticare, persino insultarmi e accusarmi di nefandezze editoriali, non fosse altro che il segno profondo che questo romanzo ha lasciato nella tua anima? Non importa se non sai di che natura è composto questo segno. Non importa se non c’è un significato. È un segno, profondo, scostante, urticante. Sì, hai ragione, è tutto un imbroglio, ti ho fregato. Bella mossa la quarta di copertina, vero? Però ti ho fregato bene, ammettilo. E poi un segno è un segno: facci quello che vuoi)

Quindi?

Quindi niente. Ci sono cascato mani e piedi e concludo, se mai lo vorrete leggere, con un maccheronico fate vobis che dà il sollievo della de-responsabilizzazione.

Comunque lui, lo stronzo, scrive bene.

(sì, mi hai fregato e me la sono presa quindi ti insulto)

ad maiora