NON RECENSIONE: LE RIPETIZIONI – Giulio Mozzi

Non so quanto senso abbia, visto quanto si troverà più sotto, avvertire il lettore che più sotto ci saranno anche degli “spoiler” ma lo faccio ugualmente per non attirarmi le ire di chi è incuriosito. Sappiatelo, dunque, che qui si spoilera alla grande.

Come forse l’inesistente lettore di questo blog già sa, non amo particolarmente la “recensione” libraria. Diversamente da prodotti d’uso, quali aspirapolveri, smartphone, automobili e così via, il libro non è passibile di esser recensito se non nella sua parte materiale. Una corretta recensione di un libro, a voler far gli spiritosi, andrebbe condotta analizzando il materiale di cui è composto, interrogandosi sulla qualità della carta, della impostazione della copertina, dell’impaginazione, la scelta del carattere di stampa e così via. Ben diverso è il contenuto del libro, ciò che vi è scritto. Sicché non ha molto senso al di fuori di quanto sopra. Tuttavia, il critico si è inventato questa disposizione articolistica in quanto utile a riempire le colonne di un giornale o di una rivista (o di un blog o di un post sui social, se è per questo) e per dare una giustificazione ad una quotidianità del suo lavoro che, auspicabilmente, possa anche contribuire al suo reddito.

Non ho nulla in contrario, per carità, a tale scelta: tutti dobbiamo mangiare e pagare il mutuo. Avrei però scelto un’altra categoria sotto la quale andare a misurare, secondo l’arbitrario metro di giudizio del critico, il valore del libro. Analisi? Riflessione? Impressione? Due-chiacchiere-su? Oppure, perché no?, lezione! Come quando la professoressa d’italiano spiegava l’Infinito di Leopardi o il capitolo sulla conversione dell’Innominato. Se il critico ha competenze tali da poterne ricavare una lezione why not? Penderei dalle sue labbra, anzi, dalla sua penna.

D’altra parte, ha senso recensire un quadro o una scultura? A meno di non dilungarsi sulla qualità della tela o dell’olio usato per i colori o del marmo utilizzato o degli utensili e così via e quant’altro di tecnicamente implicito nella realizzazione non mi pare abbia molto senso. Della Gioconda di Leonardo o del Mosè di Michelangelo non si leggono “recensioni” ma racconti, storie, analisi.

Dunque ha senso “recensire” un libro?

Si potrebbe pensare che se il libro in questione fosse un saggio già la parola “recensione” potrebbe avere una minima sensatezza nella misura in cui, analizzandone il contenuto in relazione agli scopi del saggio, si possano o meno rilevare la coerenza, la completezza, la profondità, il target (divulgazione/universitario/esperti/ecc.) e quant’altro possa dare indicazioni per chi intende acquistare il saggio avendo in mente determinati obiettivi. Ritengo vi sia differenza tra voler imparare, voler sapere, voler studiare e così via. In funzione di tali obeittivi il saggio sarà più o meno rispondente alle necessità dell’acquirente. Ma non approfondisco oltre e lascio ad altri post il ragionamento.

Ora, detto quanto sopra, non mi nascondo dietro a un dito e non posso non ammettere che molte recensioni che si trovano, sia sulla carta stampata che sul web, non siano recensioni “spiritose” ma sono letture che vanno nella corretta direzione che surrettiziamente suggerivo più sopra. Solo che, per dirla prosaicamente, è invalso nell’uso chiamarle, per l’appunto “recensione”, per poterne consentire una miglior ricerca su Google. Se sto cercando impressioni del libro che ho già letto sarà più facile trovarne con la parola chiave “recensione” seguita dal titolo che non cercando il mero titolo del libro (che finirebbe per esser banale rimando ai siti che lo vendono).

Si tratterà perlopiù di impressioni personali, embrionali analisi, banali espressioni di gusto: il libro X mi è piaciuto e quello Y non mi è piaciuto. Nulla di male. Va tutto benissimo. Anzi, spesso sono utili proprio perché consentono di mettere a confronto opinioni e impressioni, e in alcuni casi anche vere e proprie analisi.

È dunque con questo spirito, quello di una non-recensione per l’appunto, che mi accingo a scrivere quanto segue rispetto al libro che compare nel titolo di questo post.

In pratica, in due parole, in una sintetica locuzione, in uno schiocco di dita, in un fugace ma significativo accenno, questo libro, ebbene…

… è pietoso!

Ed è un peccato perché avevo molte aspettative quando mi sono accinto alla lettura.

Di Mozzi avevo già letto una raccolta di racconti, ormai tanti anni fa, e il cui ricordo, per quanto ampiamente annebbiato, è di segno positivo. Mi fu consigliato da una persona di cui avevo ampia stima e certamente il consiglio fu ben posto. Anche le sue successive uscite (che però, è bene precisarlo, io non ho letto) sono raccolte di racconti, frammiste ad altra pubblicistica di vario tipo, teatro e quant’altro. Mi è capitato anche di leggere qualche suo post sui social di cui ricordo sagacia e brillantezza. Non ha mai, però, pubblicato un romanzo sicché questo, Le ripetizioni, è evidentemente la sua prima prova in tal senso..

Tutto ciò ha creato quell’aspettativa di cui poc’anzi accennavo: non so quanto e come ma sicuramente sarà interessante, mi dicevo.

Manco a farlo apposta la lettura, e conseguentemente il libro, comincia benissimo, aumentando ancora di più le aspettative che già avevo.

L’inizio, infatti, è scoppiettante (in senso squisitamente letterario) con il protagonista che associa al profumo della pianta del bosso, incontrata in magistrale racconto nientemeno che nel giardino di Boboli a Firenze, lontani ricordi legati ad un paese del Friuli in cui aveva trascorso le vacanze negli anni della sua infanzia. Il suo ricordo ineriva alle passeggiate verso la chiesa del paesello, ai giochi, alle corse e rincorse da bambino, alle messe e ai preti: era infatti un giardino di una chiesa in cui lui, da bambino, andava spesso con il fratello. In più, nel meccanismo reso classico dalla madeleine proustiana, tutta l’infanzia si apre al suo sguardo mnestico, odorando il bosso vecchi parenti, arredi, libri (libri che torneranno, ça va sans dire data la professione del protagonista e dell’autore, parecchie volte nel seguito del romanzo) prendono vita in un rutilante bailamme di vividi ricordi che lo impressionano e lo turbano al tempo stesso. Sennonché, una volta recatosi appositamente in quel paesello friulano per toccar con mano il ricordo d’infanzia il protagonista scopre che del bosso che tanta rievocazione gli ha riportato alla mente non c’è alcuna traccia. Peggio ancora! A precisa richiesta il vecchio sagrestano o comunque un personaggio che cura quel giardino da decenni gli dice che lì di bosso non ce n’è mai stato! Sorpreso, si guarda intorno, e continua a non vederne. Chiama il fratello e gli chiede se si ricorda ma no! Anche lui gli conferma di non aver alcuna memoria di bosso in quei giardini del paesello.

Wow! Che inizio! Il meccanismo proustiano si attiva ma anziché partire da un vero ricordo parte da uno falso, quello del bosso. Oppure, se si preferisce, vero è il ricordo ma falso è il trigger che lo innesca il che porterebbe alla domanda sul come e il perché un falso interruttore possa comunque accendere la luce nella stanza. L’incipit è senza alcun dubbio assai notevole!

Figuratevi! Sobbalzo, alla realizzazione che questo raccontare sta stravolgendo il tòpos proustiano e non vedo l’ora di proseguire immaginandomi chissà quali idee che possano scaturire dal romanzo dopo questo popò di esordio.

Nel capitolo successivo la scena cambia repentinamente. Con il protagonista che ricorda una gita scolastica ai tempi del liceo alla biennale di Venezia del 1972 e in particolare di una installazione/happening di un artista che mise in mezzo alla sala uno di quei baracchini che fanno le fototessere invitando tutti i visitatori ad usufruirne per poi, infine, mettere in fila tutte le fototessere quali segno (sema, σῆμα) del qui-ed-ora. L’installazione in questione non è una invenzione letteraria ma è davvero esistita (Esposizione in tempo reale n. 4, di Franco Vaccari) e l’autore suppongo giochi sulla eventualità che lui stesso e non solo il protagonista del romanzo (tale Mario) abbia partecipato, da giovane, a tale installazione/happening. Quanto a questa, l’idea suppongo sia quella di rendere l’opera d’arte un momento di elaborazione collettiva in grado, in qualche misura, di spersonalizzare l’intervento dell’artista lasciando che l’opera, in qualche modo, si faccia da sé. Mi pare qualcosa di affine al situazionismo (Debord & C.) la qual cosa ci tornerà utile alla fine di questo scritto. Il punto è che anche questo capitolo presenta uno spunto assai interessante in quanto il protagonista ricorda (e non ricorda) che nelle quattro fototessere che si è fatto quel giorno comparve a mo’ di photobombing anche una ragazza che più tardi diventerà sua compagna e (forse) madre di sua figlia. Anche qui il protagonista è roso dalla eventualità che il ricordo sia falso o vero e arriva persino a far visita allo studio dell’artista, Franco Vaccari, a Modena ove si svolge una conversazione un poco surreale mentre i due cercano la fotografia “incriminata”.

L’ultima cosa interessante del romanzo è che entrambi questi eventi, e gli altri in cui si svolge il romanzo, sono cronologicamente ambientati il 17 Giugno, data di compleanno tanto del protagonista quanto dell’autore. L’escamotage consente di dribblare la cronologia della trama e di farne una sorta di parallelismo ipotetico, come di una possibilità di vita che ogni volta è quella narrata in quel momento del romanzo e al tempo stesso anche quella narrata in un altro momento. Chiaramente non è possibile che Mario il 17 Giugno possa al contempo essere nel giardino di Boboli a Firenze oppure in treno da Padova a Roma oppure in un bar a parlare con la sua ex compagna oppure nello studio dell’artista a Modena oppure nello studio del GAS a Padova e così via. Eppure, a meno di non pensare che quel 17 Giugno sia di anni diversi (e in alcuni casi è plausibile), sono tutte narrazioni ove evento ed eventualità sono il segno di ricordi veri e ricordi falsi che si intrecciano nella loro possibilità. L’operazione narrativa, in questo caso, risveglia un interesse per uno sperimentalismo alquanto apprezzabile.

Probabilmente anche la scelta di strutturare la trama del romanzo secondo capitoli intrecciati ricalca questa idea di evento/eventualità, l’eventuale vissuto potremmo dire, poiché le singole storie (o il loro ricordo, vero o falso che sia) si dipanano per quanto possibile l’una in mezzo all’altra. Ogni capitolo si intitola La storia di ___ seguito da un numero. I numeri non sono in successione il che potrebbe consentire di gestire una lettura del romanzo in vari modi seguendo il consueto svolgimento da pagina 1 a pagina finale o tutti i capitoli in ordine della loro Storia di e relativa numerazione. Ad esempio, potrei leggere tutti i capitoli La storia del GAS e leggerli per conto loro seguendo, ricostruendola, la numerazione.

Interessante, nevvero?

Sfortunatamente, l’interesse così abilmente suscitato finisce qui.

Già il racconto dell’incontro con Franco Vaccari di cui poc’anzi ho mostrato gli aspetti, secondo me, interessanti, si trascina con una certa pesantezza e improbabilità. La scelta di far parlare un personaggio reale all’interno di un romanzo, in questo caso ancora vivente e nella sua fase della vita che corrisponderebbe all’attualità, è già discutibile di per sé. Magari l’autore ha davvero conversato con Franco Vaccari e quanto riportato nel romanzo è una riproposizione letteraria di questa sua conversazione – non lo so ma anche se fosse il grado di improbabilità che ammanta quel dialogo sfida assai la sospensione dell’incredulità che un lettore deve necessariamente porre in essere per seguire la vicenda.

Da lì in avanti, le storie che riguardano Bianca, Viola, il GAS (Grande Artista Sconosciuto), Agnese, Santiago e le altre (tra le quali un incomprensibile inserimento della storia del Generale Cadorna) si trascinano in modo stanco e irrisolto, senza un filo realmente intelligibile. Il tono è sempre inesorabile, il registro stilistico si riempie di un implacabile fatalismo intriso di una disperazione totalmente sconnessa dalla ambiguità del vero e del falso che era stata preparata così abilmente nelle prime pagine.

La sfida alla sospensione dell’incredulità è completamente persa, purtroppo. L’avvicendarsi delle diverse linee narrative, infatti, cade miserevolmente di fronte alla loro inverosimiglianza e/o all’inverosimiglianza dei tentativi dell’autore di inserirvi a forza i collegamenti. Non è credibile la sua storia con Viola e ancora meno è credibile la storia di Viola stessa, che precipita senza alcun motivo in un vortice di disperazione sessuale dei cui dettagli, peraltro, faremmo volentieri a meno. Non è credibile il crollo di Bianca (nel senso che si racconta che ad un certo punto si è manifestato – ci si aspetterebbe un racconto dei suoi primi segni, della sua evoluzione e quant’altro ma nel libro non c’è nulla di tutto ciò) e la successione dei fugaci incontri che ha con il protagonista nel corso degli anni. Non è credibile la storia di abiezione con Santiago, totalmente slegata dalla bozza di personalità del protagonista. Anche in questo caso il filo logico-narrativo sfugge totalmente di mano all’autore che tenta, forse consapevole di questa sconnessione, di forzare le minimali riflessioni del protagonista in quei frangenti, o in quelli in cui viene richiamata, in un malriuscito tentativo di rilancio sulle altre vicende. Sfilacciato è anche il narratore: alle volte sembra essere qualcuno che ha sentito il protagonista parlare di queste vicende in un bar, altre volte sembra il protagonista che parla di sé in terza persona, altre volte non c’è e così via. In-credibile è la lettera di Agnese (alla fine) che non è in nulla conseguente alla narrazione precedente – le grandi linee ivi narrate che dovrebbero fungere da collegamento sono talmente deboli da far persino sorridere per l’ingenuità con la quale sono proposte.

Vi sono anche alcune Storie di______ totalmente slegate dal resto dell’impianto narrativo. Tra esse una curiosa che riguarda il residuo del vissuto del Generale Cadorna, una con un fantomatico Capufficio, quella del Terrorista Internazionale o quella del martellatore di non ricordo cosa che è più che altro uno spunto per parlare dei genitori afflitti dai malori della vecchiaia. Quest’ultima Storia di___ riguardante i genitori è forse l’unica storia in qualche modo risolta, dal punto di vista narrativo e per quanto breve, dell’intero libro. In essa, infatti, con pochi ed efficaci tratti l’autore ci accompagna in momenti di ordinaria quotidianità in un ambito di insorgenza della demenza senile che ci commuovono non poco.

C’è poi una scelta di Mozzi che non credo sarò l’unico a biasimare. Particolare disgusto, infatti, si prova nella lettura delle storie di Santiago e di Viola. La prima è intrisa di un’abiezione sessuale insostenibile e la seconda è insulsamente attaccata al vortice di disperazione sessuale in cui, chissà perché (davvero non si capisce! gli abbozzi di spiegazione presenti nel libro sono ampiamente forzati) casca la tizia in questione. Il disgusto – di cui si potrebbe pensare sia il vero intento dell’autore: provocarlo, per l’appunto – non è disgusto per i protagonisti delle scene estremamente crude che sono descritte ma per la scrittura in quanto tale nonché per l’autore del romanzo che sottopone al suo lettore senza imbarazzo alcuno, almeno in apparenza, questo vano virtuosismo. Non è lo stesso disgusto che si prova, ad esempio, nella lettura delle più orride scene di un American Psycho, tanto per fare un esempio, giacché in quel caso l’orripilante abiezione che fuoriesce plasticamente da molte sue pagine genera un ribrezzo che il lettore imputa esclusivamente al protagonista, l’eroe negativo Patrick Bateman, e non certo allo scrittore come invece avviene nel caso di Mozzi. In quello l’abiezione è inframezzata alla studiata ridicolizzazione della classe di yuppies newyorkesi mentre in questo essa è totalmente decontestualizzata e spaesata finendo per essere, quindi, un esercizio di stile fine a se stesso, disfunzionale all’impianto narrativo quindi, in definitiva, puramente gratuito. Tali scene non assurgono nemmeno al ruolo di pornografia giacché almeno, in questa, il gioco linguistico instaurato con il lettore o lo spettatore è meramente basato sull’eccitazione provata per riflesso e/o per una sorta di fisiologica empatia sessuale. Non arriva a tanto, purtroppo, il Mozzi di queste pagine che degradano un romanzo (o presunto tale) già ampiamente scadente nel suo vago impianto narrativo. Dunque, se non c’è pruderie o eccitazione di riflesso, se non c’è un collegamento coerente oppure nemmeno il mero scandalo mi chiedo che senso abbia avuto dilungarvisi così a lungo.

Ci ho provato, eccome se ci ho provato, a trarre qualche riflessione da questo romanzo. Ho provato l’accostamento al già citato American Psycho ma non è riuscito. Ho provato a traslare il senso di irrisolto che pervade il libro in alcuni classici della modernità, come (forse in questo suggestionato dalla citazione conclusiva della postfazione di Walter Siti) Il Castello di Kafka ove apparentemente la surreale vicenda di K e dei suoi tentativi di farsi accettare nel Castello possono da lontano richiamare la sconclusionata, farraginosa e disordinata vicenda del Mario protagonista del romanzo di Mozzi. Tuttavia, mentre K vede frustrati i suoi tentativi di fare qualcosa nel Castello che lo fagocita e al contempo lo respinge, il Mario di Mozzi non si presta ad essere personaggio a tutto tondo, perché nel suo essere narrativamente sfibrato e inconsistente non si presta minimamente alla frustrazione disperata che, apparentemente, potrebbe essergli imputata dalla realizzazione del falso trigger e del falso ricordo che aleggia nell’impianto generale del romanzo. Ho provato l’accostamento ad altre figure irrisolte come il Gabriel del racconto I Morti di Joyce che scopre, infine, d’esser un fallito anche nell’unica cosa che riteneva solida, il suo matrimonio. Ma non c’è nulla in Mario, o negli altri personaggi del romanzo di Mozzi, che richiami il fallimento: il massimo che gli si può concedere è un fallimento pregiudiziale, per così dire, nella mente dello scrittore stesso che non li ritiene degni nemmeno d’essere iscritti allo svolgimento di un’impresa destinata, per l’appunto, al fallimento. O gli strampalati protagonisti dei racconti e dei romanzi di Bukowsky, o come diavolo si scrive, che sono così stritolati e stremati da una tristezza così profonda che nemmeno il ben noto pessimismo cosmico leopardiano può reggerne il confronto da lasciarsi impelagare in vicende surreali senza preoccupazione alcuna. Ebbene nemmeno in questo accostamento è possibile rintracciare alcunché perché la tristezza di Mario e dei suoi eventuali vissuti non è un lasciarsi andare alla corrente – alle volte sceglie altre no e nulla è spiegato o giustificato. In Pulp, ad esempio, il protagonista viene ingaggiato e conseguentemente si impegna, per quanto in modo sconclusionato, per portare a casa un risultato – il lettore parteggia per lui anche se ride di lui e nel suo essere irrisolto trova lo stesso residuale conforto che si prova vedendo il clown che guarda un fiore finto, credendolo vero, dal quale parte lo spruzzo d’acqua che lo colpisce in un occhio. Niente di tutto questo in Mozzi. Per un po’ ho accarezzato l’idea di un vago accostamento a certi personaggi pirandelliani. Nella celebre novella La carriola, l’avvocato e notabile protagonista fa sfociare le proprie tetre riflessioni sulla vita fatte durante un viaggio in treno (anche Mario viaggia spesso in treno e forse da lì il mio tentativo di accostamento) nella infine pratica decisione dello sfogo irrazionale del prendere la propria cagnolina per le zampe posteriori e portarla a spasso per l’ufficio come una carriola. Questo, naturalmente, dopo essersi chiuso a chiave nell’ufficio in modo che nessuno possa coglierlo in questo gioco surreale e possa dubitare della sua sanità mentale. In Mario la surrealtà dell’eventualità del vissuto scatenate dal falso trigger dell’inizio non è mai consequenziale e per quanto la folle depravazione della storia di Santiago, ad esempio, nella sua separatezza possa in qualche modo rappresentare un lontano rimando di qualche personaggio pirandelliano non si ha mai davvero l’impressione di vederne uno studiato richiamo metaforico a qualcosa, ad una qualsiasi cosa, tanto è vuoto del prosaico “spessore narrativo” che richiederebbe questo come qualsiasi altro accostamento.

In definitiva, in questo romanzo non c’è alcuna decisione, per quanto assurda come nella novella pirandelliana. Non c’è alcun intendimento frustrato, come nel Castello di Kafka. Non ci sono tristi abbandoni al caos, come in Bukovski. Non c’è nulla di nulla.

Il che potrebbe essere il fine di Mozzi, ad ogni buon conto.

E se non avessi capito nulla?

Sarebbe interessante, infatti, scoprire che il farraginoso impianto narrativo è in realtà prono alla più potente metafora di qualcosa o scoprire che l’inconsistenza del protagonista è la sua cifra più propriamente letteraria o che, infine, gli episodi così apparentemente scollati tra loro e financo corpi estranei al romanzo (come la storia del generale Cadorna) sono in realtà sottili rimandi e sagaci rispecchiamenti di un più profondo strato semantico che mi è completamente sfuggito.

L’enigma irrisolto è pur sempre un enigma: vedi gli indizi, li contempli, ne scorri le finiture e i bordi cercando di accostarli senza riuscirci ma sai che quella chiave che ti manca è lì, da qualche parte e che è solo questione di tempo e di applicazione per scovarla e giungere alla soluzione. Ecco, se il romanzo di Mozzi fosse questo ne sarei felice: mostratemi la chiave per risolverne l’enigma e salterò di gioia.

Posso, però, permettermi di dubitarne? Già, perché se il sintetico “pietoso” con cui ho liquidato il romanzo ha un senso è per quest’ultima considerazione che vado a proporre e che mi fa dubitare, per l’appunto, che vi sia una chiave di lettura celata alla mia vista.

La sgradevole, sgradevolissima!, impressione, anche al netto di ogni concessione d’ignoranza e di incapacità di comprendere, che viene leggendolo è che questo libro sia un raffazzonato collage di racconti di cui il nostro non è mai riuscito a trovare la soluzione narrativa.

Irrisolto è ogni racconto di questa raccolta (ops!), persino quello iniziale sul bosso di cui ho ben parlato all’inizio di questo sproloquio (che tale lo riterrà l’autore se mai lo leggerà o, ancor peggio, un qualche suo fan, ché oggi un fan non si nega a nessuno, che interpreta ogni cosa del suo idolo alla stregua di un dettato dalla cima del Sinai) ma che a ben guardare non va oltre il pur interessante rovesciamento del meccanismo della madeleine proustiana senza trarre alcuna conclusione.

Sgradevolissima, lo ripeto, è questa impressione che scartabellando tra le sue carte o tra i file del suo PC l’autore abbia pensato di prendere queste pagine e cercato di creare un qualche tessuto connettivo tra di esse, magari giocando con il 17 Giugno e i vissuti ipotetici e qualche vago rimando tra l’una e l’altra linea, giusto per poter sostenere che fossero tutti capitoli di un’unica entità, capitoli di un romanzo che viene presentato, classificato e infine spacciato per tale. Lo stesso Mozzi, nelle note, ci dice che avrebbe lavorato a questo romanzo sin dal 1998. Santo cielo! Nemmeno Manzoni ci ha impiegato così tanto con i suoi Promessi Sposi! Ma davvero dobbiamo crederci?

Sgradevolissima impressione, sia mai!, forse falsa come il bosso trigger dell’incipit ma che, guarda caso, spinge Walter Siti, nella sua postfazione, a precisare un po’ affannosamente e con evidente imbarazzo che Le ripetizioni, cito, “è a pieno titolo un romanzo”, casomai sorgesse il dubbio!

Ecco il pietoso del mio sintetico giudizio che si manifesta. È pietoso perché chiede pietà al lettore, pietà per aver spacciato una raccolta di racconti artificiosamente connessi tra loro per un romanzo. È pietoso perché suggerisce ciò che non c’è. È una presa per i fondelli, un trollaggio da spiritosone di twitter, un imbroglio situazionista di livello zero e anche così è dar troppo credito giacché si fregerebbe della dignità non già di (non)romanzo ma dell’operazione di spaccio che rappresenta.

Di tutto ciò si trova traccia, mi sia concessa infine questa chiave di lettura, nei tre passi che fanno da finale al libro (ove per “libro” intendo naturalmente l’oggetto che ho in mano in questo momento, non certo il sinonimo di “romanzo” dell’accezione colloquiale). Il primo è il capitolo intitolato la lettera, verso la fine del libro, il quale se letto nell’economia narrativa del romanzo è l’ennesimo corpo estraneo, che si legge con lo stesso spasmodico e disperato desiderio di espellere un calcolo mentre si è afflitti da una tremenda colica renale, ma che letto nell’ottica dell’imbroglio situazionista di cui sopra assume inaspettatamente il valore di vera e propria richiesta di perdono. No, non il perdono liberatorio che emerge dalla lettera della lettera (fatemi giocare un po’ con le parole, suvvia!), non quella obbrobriosa e disgraziata affrancatura che l’ipotetica figlia, negletta preterintenzionalmente dal padre e per stretta conseguenza (toh! Una consequenzialità!) preda della sua stessa (ma rovesciata) turpitudine incestuosa che il padre (in quel caso senza alcuna speranza di non esserlo) aveva provato alla vista della sua foto ignuda, porge oscenamente al suo sguardo, non quella arrogante indulgenza che rovescia il tipico distacco padre-figlia ove è la figlia a lasciare andare il padre e non il (naturale?) viceversa, liberandolo, per l’appunto, dalla abiezione in cui l’aveva precipitata. No. Nulla di tutto ciò. È proprio lui, Mozzi, l’autore, che si nasconde dietro questo narrativamente improbabile momento per chiedere perdono al lettore. Ti ho brandito per i glutei sembra dire ma ora basta, dai. Puoi buttare il libro.

(tanto, ormai, l’hai comprato, no?)

Ma non contento, il troll prosegue. Sale di livello, per così dire, e dopo aver rivelato il trollaggio di primo grado ecco che passa all’ordine successivo. Come nella matematica: dall’equazione di primo grado si passa a quella di secondo grado. E qual è la formula risolutiva di una equazione di tal fatta? Riprendete i vostri testi di analisi matematica del liceo e troverete niente meno che la formula del delta (o del discriminante) che consiste nell’analisi dei coefficienti secondo un metodo consolidato. Ignaro o consapevole che sia di cotanto matematico artificio, il nostro autore scomoda il GAS (il Grande Artista Sconosciuto), coefficiente della gigantesca incognita che è Mario, per analizzarlo metodicamente come nella formula del delta e utilizzarlo, infine, per instillarci una goccia di speranza e di bellezza. In tutto il disperato e miserevole marciume che scandisce gli eventuali vissuti del ripetuto 17 Giugno, la schizofrenia di Bianca, l’abiezione di Santiago, la caduta di Viola e persino il mesto deperimento senile dei suoi genitori, l’autore ci offre un momento di pura e trasognata meraviglia. L’ultima opera del GAS, infatti, diventa il capolavoro della sua carriera, della sua vita. Ed è proprio lui, Mario, ad accorgersene. Il GAS, infatti, non se ne era affatto reso conto. È lui, Mario, a spiegargli perché è il suo capolavoro, con parole dosate, analitiche e poetiche al tempo stesso, sapienti e “sapute”, certe e incontestabili. E non importa se a guardarlo sono solo loro due: in quello scantinato che fa da casa-studio del GAS il capolavoro (anzi IL capolavoro) giace come un fiore sotto la neve, come un gioiello nascosto in una cassaforte, come la abbacinante e meravigliosa improvvisazione del Grande Pianista Sconosciuto che nel segreto della sua stanza pigia gli ottantotto tasti come fosse un Beethoven redivivo e finisce la sua performance affannato ed emozionato (e tristemente consapevole di non potersi più ripetere). Eccolo, il troll in azione!

Perché? vi chiederete. Che c’è di male nel dare un messaggio di speranza? La capacità, pur casuale, di creare bellezza che risalta da questo penultimo capitolo, non è forse come il discorso ai bambini di Alioscia nei Karamazov? La speranza per un futuro migliore non è affatto persa?

E se invece, rispondo, Mario si stesse beatamente e maliziosamente prendendo gioco del GAS? E se quindi, traslando, fosse il surrettizio pungolo dell’autore che ti sta dicendo, sì proprio a te lettore, che hai appena letto un libro capolavoro? Non è situazionismo becero anche questo? (ciao lettore, come stai? Credevi di aver letto una schifezza, vero?  e invece eccola qua! La speranza!)

No! Ci sei cascato! Le ultime due-pagine-due ti fanno nuovamente precipitare nell’imbroglio situazionista. Non esiste nessun Mario oltre a quello dell’abiezione. Non ci sono ipotetici ed eventuali vissuti alternativi. Non c’è nessuna Bianca, nessuna Viola, nessun GAS c’è solo la turpe complessione di Santiago, nome che è contrazione spagnoleggiante di San Giacomo, protettore dei bambini, che in questo continuo rovesciamento dei ruoli uccide, nel più orripilante e osceno dei modi la bambina, quella bambina che non esiste più e non potrà mai scrivere la lettera, che non potrà mai essere la turpe figlia che ti libererà con la sua inquietante lettera e che quindi, innocente, scompagina ogni ipotesi che di questi vissuti tu sia in qualche modo protagonista.

Ci credi? Sembra dirci Mozzi. Gioca con la sua biografia: non è forse il 17 Giugno la data del suo compleanno? Non ci sta forse, proprio per questo, parlando direttamente? Come si spiega altrimenti il terzo e ultimo passo, peraltro di due sole parole, che fa da finale al libro? quell’ Adesso, basta che conclude ex abrupto il “romanzo”?

Ti ho brandito per i glutei, lettore, e ora, anzi adesso, finiamola qui, anzi basta.

Terzo livello di trollaggio, dunque. Ce lo sta dicendo direttamente. Adesso? Basta. Adesso, basta. Ne ho abbastanza persino io.

Pietoso, sì. Impietoso, altrettanto. Pietoso pure il sottoscritto che decide di proseguire la lettura sino alla fine irretito dalla quarta di copertina (sì! Fino a lì si è spinto, il Mozzi) che volendo potremmo definire il quarto livello dell’imbroglio situazionista ove si legge, cito,

“[…] che Mario contempla come enigmi incomprensibili e rivelatori. Arrivando, nell’ultima pagina, alla più orribile delle conclusioni”.

Si ipotizza un finale a sorpresa, magari rivelatorio, ove tutti i nodi vengono al pettine e come in un’epifania joyceiana si colloca davanti allo sguardo del lettore quella chiave che gli consentirebbe di aprire tutti gli scrigni rimasti chiusi lungo l’arco della narrazione precedente.

Questo, solo questo, mi ha spinto a proseguire la lettura e portarla a termine. Come in un pessimo romanzo giallo che si legge a fatica ma di cui si vuol comunque sapere chi è l’assassino. Il che, peraltro, potrebbe far dubitare di quel pessimo giacché se si è curiosi di sapere chi è l’assassino forse così pessimo il romanzo non è.

(ti vedo, lì mentre scrivi, che dubiti della inappellabile censura che stai portando avanti. E se tutto questo scrivere, questo criticare, persino insultarmi e accusarmi di nefandezze editoriali, non fosse altro che il segno profondo che questo romanzo ha lasciato nella tua anima? Non importa se non sai di che natura è composto questo segno. Non importa se non c’è un significato. È un segno, profondo, scostante, urticante. Sì, hai ragione, è tutto un imbroglio, ti ho fregato. Bella mossa la quarta di copertina, vero? Però ti ho fregato bene, ammettilo. E poi un segno è un segno: facci quello che vuoi)

Quindi?

Quindi niente. Ci sono cascato mani e piedi e concludo, se mai lo vorrete leggere, con un maccheronico fate vobis che dà il sollievo della de-responsabilizzazione.

Comunque lui, lo stronzo, scrive bene.

(sì, mi hai fregato e me la sono presa quindi ti insulto)

ad maiora

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