LETTURE: Locus Desperatus di Michele Mari

Forse è il clima un po’ pazzerello della primavera che mi fa capitare tra le mani romanzi (o presunti tali – vedi la mia non recensione del libro di Giulio Mozzi) surreali. È il caso di questo Locus Desperatus di Michele Mari che è appena uscito per i tipi di Einaudi e che fa della sua surreale cifra stilistica il perno attorno al quale gira tutto il suo impianto narrativo.

È la prima volta che leggo un romanzo di Michele Mari e come prima volta devo tutto sommato ammettere che non è male. Tuttavia, è bene fare tutti i dovuti distinguo affinché si possa capire qualcosa di questo sommario giudizio.

Anche in questo caso avverto il lettore che nelle righe sottostanti può (forse) trovare l’odiato spoiler di prammatica. Va tuttavia sottolineato che il libro si può comodamente leggere anche conoscendone la trama.

Cominciamo dal titolo che richiama un’espressione del mondo della filologia che indica quei passi di un testo la cui inintelligibilità è tale da far gettare la spugna al più capace e volenteroso dei curatori. In particolare, pare che in casi di questa natura i filologi segnalassero il locus desperatus con una croce. Ammetto in tutta sincerità che tale espressione non mi era nota. Non che il sottoscritto abbia mai avuto alcuna ambizione nel campo della filologia ma è sempre bello imparare qualcosa di nuovo che spinga l’orizzonte dell’ignoranza un poco più in là.

Già di questo sono grato a Mari.

Se il titolo del libro presenta già un richiamo così importante, posto che il titolo l’abbia scelto l’autore e non qualche zelante editor che, nel caso, avrebbe comunque svolto egregiamente il suo mestiere, forse è perché offre una importante chiave di lettura per le intense pagine che lo compongono. Non sapevo, questo è vero, dell’esistenza di questa figura tecnica della filologia ma non mi sfugge affatto il suo portato semiotico. Se c’è una croce (che il Treccani ci insegna esser detta crux desperationis) in luogo di un testo va da sé che il portato analitico che comporta si ammanta di considerazioni succose alle quali, sia mai!, non mi sottraggo.

La croce è il locus desperatus, per l’appunto, simbolo dell’insuccesso del filologo ma è anche la stentata firma dell’analfabeta nonché l’incognita per eccellenza, quella x che nei compiti di matematica del liceo e dell’università ci fa impazzire e che in quanto tale, cioè in quanto incognita, non è nota.

Che c’entra questo con il romanzo?

C’entra.

La storia è quella di un tizio che fa delle sue cose il segno più consistente del suo plesso identitario. Nella finzione del romanzo il tratto psicologico è accentuato: l’ossessione quasi psicotica per le collezioni di oggetti che possiede (che sono di qualsiasi tipo: dai libri alle stampe a lampade di design fino a “centocinquattotto targhette cm 2.8×1.8 con numerazione discontinua da 19 a 391”) non è solo un tratto, pur caratterizzante, di smanioso possesso ma rappresentano la trama insolubile di tutti i suoi pensieri, di tutti suoi sentimenti, dei suoi piaceri e delle sue paure. In quanto tali, dunque, le sue collezioni non simboleggiano, in allegorica rappresentazione, ma sono il tizio in questione. Tale è tanta la biunivocità identitaria del tizio e delle sue cose che con esse, il tizio, ci parla e… loro gli rispondono!

La vicenda si apre con il protagonista che uscendo di casa intravede una grande X tracciata con il gesso sulla porta della sua abitazione. Scopre, poi, che tale X è il segno che permetterà a misteriosi esseri di individuare il suo appartamento e di sfrattarlo, per quanto in modo assai singolare. La spiegazione di come ciò avverrà gli è portata da uno di questi esseri che, incontrato in un bar, non vede l’ora di occupare la sua casa e cerca di spingerlo ad andarsene sua sponte. Gli racconta anche che tale curioso procedimento va avanti sin dalla notte dei tempi e che, se vuole, anche lui potrà far parte di questo rutilante ciclo di possesso e spossesso. Non mi addentro oltre perché, nonostante il disclaimer iniziale, non è il caso di spoilerare con troppo dettaglio lo srotolamento narrativo della trama che, benché non fondamentale per coglierne il significato, ha il pregio d spiegarsi in modo quasi febbrile con un riuscito intento ansiogeno che è assai apprezzabile e che quindi può esser goduto anche senza troppe riflessioni a corredo.

Quel che importa, in questa breve lettura, è far notare che la X compare sin da subito nel romanzo a segnare, ça va sans dire, il luogo che contiene tutte le sue cose. E, dunque, in accordo con l’impianto metaforico accennato poc’anzi, anche la sua stessa persona.

Di lì in avanti la vicenda è un susseguirsi di circostanze ed eventi che nel surreale immaginifico del romanzo, sostrato imprescindibile oltre che cifra stilistica, rappresenta una sorta di discesa all’inferno del protagonista dapprima incapace di raccapezzarsi nelle assurde minacce che lo perseguitano ma poi assai determinato nel combatterle con le loro stesse, per quanto surreali, armi.

Il richiamo più immediato è, mi par ovvio, il Gogol del Il naso. Si tratta, infatti, di una vicenda che non ha una spiegazione razionale. Non viene spiegato, ad esempio, da dove vengono questi misteriosi esseri la cui aura demoniaca è tratteggiata con dovizia di dotte citazioni e anche con un poco velato, ma non per questo più rassicurante, sarcasmo. Oppure non viene spiegato, come farebbe una trama fantascientifica, il senso straniante di due universi paralleli che si incrociano nella circostanza per la quale compaiono due fotografie della sua classe del liceo che dovrebbero rappresentare lo stesso momento e invece raffigurano persone del tutto diverse. Men che meno viene spiegato come sia possibile il dialogo con le cose che lo circondano o con lo strano e informe essere che lo aiuta, in qualche modo, a difendersi dal misterioso sfratto. Non c’è nulla, in definitiva, che consenta una ri-costruzione razionale delle surreali vicende dipanate nel romanzo. Come nel racconto gogoliano il protagonista si ritrova invischiato nella vicenda e in qualche modo, attraverso varie peripezie, decide di giocare allo stesso gioco dei suoi misteriosi aguzzini, infischiandosene della assurdità del tutto, e mettendo infine mano alle armi che ha a disposizione per resistere al tentativo di sopruso cominciato da quella X, che ricompare inesorabilmente dopo ogni suo tentativo di cancellarla, segnata alla sua porta.

Il senso a prima vista un po’ imbronciato di questa X è tanto l’apposta firma analfabetica che segna al contempo il suo esserci, ché le sue cose sono la sua stessa essenza, quanto il rischio cui è sottoposto d’esser sfrattato dall’appartamento, cioè da se stesso. Il senso, in definitiva, è di segnare uno di quei momenti della vita in cui si rischia di perdersi, di smarrirsi, di lasciarsi abbandonare al caos. Poco importa per quale motivo, sembra dire proprio quella X, ma c’è, accade, succede.

Non sto a percorrere la trama che, come detto poc’anzi, può esser goduta anche in lettura superficiale se non per sottolineare che il finale è interlocutorio e ambiguo.

In un primo momento ne rimasi un poco deluso, avendo ipotizzato un qualche evento epifanico capace di portare un poco di luce in tutte le surreali vicende che vengono narrate nel romanzo. Tuttavia, un poco di riflessione mi ha spinto a riconsiderarlo nella sua sintetica, ma non per questo meno significativa, suggestione di lotta e resistenza contro l’assurgere della follia. L’ambiguità va ricercata nella lettura che si può dare di tutto il romanzo.

Si potrebbe leggere questo romanzo quale surreale strumento di critica ad una società che fa del possesso il tratto più caratterizzante del suo appartenervi. Si tratterebbe, cioè, di un’esasperazione letteraria del tipico individuo che forma la propria identità sociale, nel confronto sociale, in base alla titolarità potestativa sugli oggetti che possiede. Tuttavia, così fosse, ci si aspetterebbe molto più sarcasmo e molto più confronto unitamente ad una parallela esaltazione, non importa quanto surrettizia, di modi di vivere diversi. L’assenza soprattutto di quest’ultima mi fa propendere per lo scarto di questa interpretazione che può al massimo ambire a far da sfocato sfondo per quella che, invece, reputo più interessante.

Non mi sono volutamente precipitato a ricercare eventuali interviste dell’autore che presentando il libro ne suggerisse la chiave interpretativa. Magari lo farò, in futuro, per riservarmi un addendum a questa lettura. L’idea è di lasciare che le mie riflessioni siano del tutto indipendenti. Non è un quiz a premi questo.

In quest’ottica la lettura che più balza all’occhio è certamente quella di una esasperazione letteraria ma non tanto di un rapporto dell’individuo con la società, di cui all’autore pare importi poco, quanto dell’individuo tout court. Il plesso identitario, sembra dire Mari, è fatto anche e soprattutto da ciò che possiedi ove però il possesso è visto quale riflesso biunivoco della personalità. Così andando, non è il possesso della cosa ciò che rispecchia la personalità quanto, invece, la cosa stessa. La casa del protagonista è, anzi è, in quanto contenitore delle sue cose il protagonista stesso. Non è psicologia da bar, s’intende. Anzi, apprezzo molto il senso che traspare da queste pagine perché si pone in ortogonale contrapposizione contro il tipico psico-pagliaccio da social media o contro il, presunto, “life coach” che riempie i suoi post di “sii te stesso” “io sono me stesso” “mettiti in gioco” e via di seguito con aforismi utili solo a decorare la carta di un cioccolatino.

La questione è molto più complessa di così.

Non è raro, ad esempio, ritrovare nelle parole di chi ha subito un furto in casa lo smarrimento e lo spaesamento causati non tanto dal furto, in sé, degli oggetti che gli appartenevano quanto dal senso di violazione personale che il furto provoca. Le proprie cose sono a tutti gli effetti parte del sé. Se è così allora non sono oggetti inanimati ma animati. Nel romanzo gli oggetti parlano con il protagonista e agiscono insieme con il protagonista aiutandolo nella sua lotta contro l’invasione dell’assurdo. Alcuni lo tradiscono passando dalla parte del nemico mentre altri mantengono la dovuta fedeltà. I leali sono il suo esercito, per quanto surreale (dovrò trovare un sinonimo!) e assurdo, nella battaglia contro lo sprofondamento nella follia.

Nel dipanarsi del romanzo i libri del protagonista, anzi i suoi libri, subiscono l’attacco delle forze misteriose della follia dapprima confondendo le lettere delle parole, rendendole incomprensibili, e poi cancellandole, finendo per essere raccolte su raccolte di libri con pagine bianche. Parallelamente il protagonista del romanzo, di quei libri, scopre di dimenticarne prima alcuni dettagli e poi con progressione inquietante i nomi ivi presenti, i significati e infine le trame per intero. I libri sono la sua memoria e la sua memoria sono i suoi libri così che cancellandosi l’una si cancellano gli altri e viceversa. Se l’individuo si perde, quale che ne sia la ragione, si perdono anche le sue cose e viceversa.

Il locus desperatus è tanto l’inintelligibilità della propria individualità, quanto la trincea all’interno della quale ognuno si affonda per difendere la propria posizione. Il locus è desperatus non, in facile metafora, in quanto senza speranza ma perché impedisce agli altri di penetrare sino in fondo nella comprensione dell’individuo. È chiaro che non c’è alcunché né di positivo né di negativo in questa narrazione. Apprezzo molto da parte di Mari, il non aver caratterizzato giudizialmente il percorso del suo protagonista. Suppongo che, come sempre nell’opera letteraria, abbia “solo” cercato di porsi di fronte al lettore quale spunto di riflessione e aver cercato di farlo nel modo più piacevolmente artistico possibile. Mi vengono in mente antichi studi di psicologia cognitiva e le memory wars tra psicanalisti e neuroscienziati degli anni 90. In esse si dibatteva circa il ruolo della memoria nel complesso identitario. Se i seguaci di Freud ne caratterizzavano, in buona sostanza, il monolite intangibile formatosi nell’infanzia via via nascosto (in inconscia rimozione) dal vissuto ulteriore e tuttavia capace di influenzare carattere, orientamento e identità i neuroscienziati, invece, ne scoprivano empiricamente il carattere perennemente cangiante e plasmabile, persino fallace. La vittoria, se così si può dire, di questi ultimi è stata di portata tale da convincere persino il sistema giudiziario alla rinuncia della testimonianza oculare quale elemento probatorio inconfutabile. In questo contesto l’attaccamento alle cose del protagonista del romanzo di Mari è segno dell’alterità della memoria che necessita di un “gancio” esterno, di un simbolico attaccapanni a cui appendere i propri ricordi affinché rimangano in qualche modo fissati in uno schema facilmente raggiungibile. Non per caso, le tecniche mnemoniche sviluppate dai grandi umanisti rinascimentali fanno perlopiù riferimento alla capacità di far corrispondere il tratto da ricordare (perlopiù libri, e non a caso! ma il discorso rischia di deragliare dal binario e non approfondisco) ad un oggetto esterno: mazzi di carte, case di una via, palchi di un teatro e così via. Il tutto con lo scopo di agganciare una cosa ad un’altra più semplice in modo tale che ricordando quest’ultima si apre anche il ricordo dell’altra. Così, il protagonista di Mari, si attacca alle proprie cose, inconsapevole (o no?) simbolo che il proprio vissuto sia sprofondato, animandole, nelle cose che possiede.

Non so quanto Mari conosca di neuroscienze e di verifica empirica di ciò che chiamiamo memoria: se qualche aggancio ci fosse l’applaudo a scena aperta. Si potrebbe persino pensare che questa mia lettura possa essere confutata. C’è infatti, nel romanzo, un piccolo “gioco” che potrebbe rimandare alla psicanalisi anziché a psicologie cognitive o neuroscienze. In esso si parla di un comico scambio di urne funerarie e in particolare di quella della defunta madre del protagonista. Non scendo in dettagli (è molto divertente!) ma non posso nascondere che dietro quelle pagine si nasconda il dubbio di un gioco psicanalitico. Ma tant’è: non sto certo commentando un saggio scientifico! Mi piace però riferirmi ancora una volta all’episodio delle fotografie della classe del liceo che nella trentennale distanza che le separa dall’attualità lasciano trasparire il senso di spaesamento della memoria che si trova in difficoltà nel riconoscere quale ricordo vero l’una oppure l’altra. Già, qual è quella vera? Quella in cui i nomi li riconosco ma le facce no o l’altra, in cui avviene il processo inverso?

Bello!

Proseguendo in queste riflessioni mi riallaccia quanto accennato poc’anzi e cioè che è interessante rilevare che non c’è un giudizio in questa rappresentazione. Non c’è, cioè, un senso di positivo o di negativo che traspare da queste pagine.

Significativo, in questo senso, è il percorso inverso che fa un personaggio secondario che compare nel romanzo. Si tratta di un tale Procopio che all’inizio è tratteggiato quale un uomo fisicamente deforme, vestito di stracci e prostrato da fame, povertà e ludibrio. Poi nel corso del romanzo la sua gobba scompare, la schiena si raddrizza, gli stracci di cui era vestito lasciano il posto a capi firmati, ringiovanisce addirittura e diventa bello e ricco. Il percorso di Procopio è quello di colui che accetta le lusinghe dei misteriosi esseri che vogliono sfrattare il protagonista. Rappresenta in qualche modo la tentazione che lo spossesso mette davanti al protagonista del romanzo: puoi diventare bello e ricco, no? A Procopio è capitato! Michele Mari lascia libera interpretazione a questo surreale (datemi un sinonimo, santo cielo!) Dorian Gray. Non è né un personaggio positivo né negativo. Nuota nel mare delle possibilità, il Mari, e ce le mostra con questo personaggio. Mi spingo persino a sostenere che la categoria del positivo e quella del negativo non fanno parte della narrazione. Si parteggia, certo, per l’ansiosa lotta del protagonista ma nel farlo non ci scopriamo a giudicarlo positivamente o negativamente. E se avesse accettato le lusinghe dei demoni come ha fatto Procopio? Non sarebbe stato meglio? No, non ce le poniamo queste domande, quantomeno non nel senso di giungere ad un giudizio.

Parteggiamo per il protagonista solo nel banale ma fondamentale senso della solidarietà umana. Siamo con lui solidali. Percepiamo il suo spaesamento, lo facciamo nostro e infine comprendiamo la sua resistenza e quella dei suoi leali oggetti. Non sappiamo se la resistenza sia vana o utile, sensata o insensata. Non sappiamo nemmeno se avrà successo o meno.  Ma sappiamo che potrebbe capitare anche a noi e tanto basta.

Brilla, per la sua assenza, ogni riferimento al digitale del mondo d’oggi. Non è un caso, suppongo. E non solo perché la scelta stilistica che consegna la narrazione di questo Locus Desperatus, quantomeno tentativamente, ad una classe fuori dal tempo. Nel richiamo gogoliano che ho fatto poc’anzi si può leggere anche la scelta stilistica. Nulla vieta, nella ricchezza del vocabolario, nello spunto narratologico di un io narrante che sembra strappato a forza da un racconto ottocentesco, nel ricorso a dotti citazionismi e persino ad approfondimenti etimologici (in omaggio al titolo suppongo), di collocare il libro in uno scaffale di biblioteca assai polveroso. L’autore è attento a inserire alcuni richiami pop che alleggeriscono l’impalcatura professorale impedendone lo scarto di valore e dribblando con abilità il “mero esercizio di stile” che verrebbe immediatamente alla mente se ci si limitasse a leggere le prime pagine. La brevità del romanzo non ne pregiudica l’intensità della lettura (anzi: la favorisce) proprio perché questa scelta stilistica, condotta peraltro con mano ferma e vorrei persino dire “professionale”, costringe ad un’attenzione che in altri casi (ogni riferimento ai cosiddetti best-seller scritti con lo stampino è puramente casuale) è catturata solo dalla trama.

E tuttavia, ribadisco, non c’è alcuna traccia del digitale. Il digitale non è un oggetto a cui ti puoi “attaccare”, non possiede una propria materia da animare, né possiede una forma da plasmare. Il digitale (o virtuale se si vuole) è totalmente immateriale, by definition, quindi inerte al senso: suppongo che Mari non lo abbia incluso anche per questo motivo e non solo per lo sforzo di collocarsi al di fuori del tempo. Quale che sia la profondità metaforica che si sceglie di adottare per interpretare questo romanzo il digitale non riuscirebbe in alcun modo a rappresentarla. Che sia il semplice la-casa-è-la-persona-e-la-persona-è-la-casa oppure un richiamo ai mondi mnemotecnici del rinascimento oppure un ancora più complesso gioco di rispecchiamenti neuro-psicologici rimane il fatto che nessuno di essi avrebbe funzionato se l’autore avesse introdotto elementi digitali che riempiono la nostra quotidianità.

Questo suo collocarsi fuori dal tempo è forse il pregio più interessante cui rivolgere le proprie attenzioni letterarie qualora si decida di approcciarne la lettura. Stupefare il lettore attraverso l’utilizzo di stilemi manzoniani piuttosto che attraverso il ricorso a lemmi talmente desueti da faticare a trovarne il significato anche nei dizionari più completi è indubbiamente uno degli scopi del romanzo ma, almeno in questa mia lettura, non è un virtuosismo fine a se stesso bensì funzionale al tessuto (più o meno) metaforico dell’assurdo dramma che è messo in opera.

Dal punto di vista prettamente stilistico il primo nome che mi viene in mente è, per quanto ne risulti assai lontano sul piano tematico, Gesualdo Bufalino. Chi ha goduto della impegnativa prosa di Bufalino troverà in questo libro di Mari piacevoli affinità. Mentre lo leggevo mi veniva in mente anche Gadda, ove qualche affinità tematica, a differenza di Bufalino, può forse riscontrarsi. Ma paradossalmente la ricchezza di vocabolario è in Gadda meno funzionale alla trama di quanto non lo sia in questo di Mari il che crea una certa divergenza. Lo strumentario linguistico di Gadda ha altre funzioni, se così vogliamo dire. Dal punto di vista dell’impianto narratologico, della costruzione della trama e della struttura invece i nomi che balzano alla mente, oltre al già citato Gogol de Il naso, sono anche quei racconti fantastici che vanno sotto il nome di letteratura gotica o che da essa hanno tratto ispirazione: da Horace Walpole Mary Shelley, da Poe allo Stevenson di Jekyll e Hyde, o al già citato Dorian Gray di Oscar Wilde. A costoro Mari strizza l’occhio perché la linearità della sua narrazione, senza intercalare salti geo-cronologici, è funzionale all’intento un po’ febbrile e ansiogeno di cui ho già accennato.

Non è però tutto rose e fiori.

Ho notato, infatti, alcune di quelle che io penso siano lacune di omogeneità narrativa. Ad esempio, il personaggio che rappresenta il demone che vorrebbe sfrattare il protagonista dalla casa e impossessarsi delle sue cose ad un certo punto scompare e non ritorna più. Mentre rimane la sua minaccia, rappresentata dal continuo riapparire della X sulla porta e dal countdown numerico del finale. Forse sarebbe stato più funzionale vederlo ricomparire qua e là, come a mantener viva la minaccia non solo di ciò di cui si paventa l’accadere ma anche del chi lo farà accadere. Oppure l’interazione con la corpulenta ex compagna di scuola che, per quanto comica e funzionale al successivo episodio delle foto del liceo, non mi è parso sia stata tale da giustificare l’orrorifico (nel senso dello strizzamento d’occhio alla letteratura gotica) gioco dell’urna cineraria di cui si ode il sinistro bussare. Oppure, infine, il ruolo del personaggio amorfo, che metaforicamente ho interpretato quale una sorta di cosificazione del pensiero del protagonista non foss’altro che perché gli legge il pensiero in automatico (così come le sue cose sono la cosificazione della sua memoria e identità) che proprio per questo mi sarei aspettato avere un ruolo più attivo, sia pur nel surreale andamento della vicenda.

Del resto, su queste ultime note un poco critiche potrei anche sbagliarmi (a parte sulla scomparsa dalla narrazione del demone che rimarrà presumibilmente anche in future riletture), ma com’è evidente non si tratta comunque di qualcosa che possa dimidiare il valore generale del romanzo che rimane quindi un’ottima prova d’autore, interessantissima e che vale certamente la pena leggere.

Ad maiora.

Lascia un commento