Theorem Zero – Filosofia e simbolismi

Ieri sera ho visto Theorem Zero di Terry Gilliam. Che poi non è vero che l’ho visto ieri sera ma il giorno dopo di un ieri sera in cui l’ho visto ho scritto gran parte di quanto sotto con lo scopo di ricordarmi la grande quantità di spunti che mi ha suggerito.

Long story short: il film rasenta-il/tende-a/aspira-essere capolavoro. Forse capolavoro, nel senso più elitariamente cinematografico del termine, Theorem Zero non lo è (non ho competenze di cinema tali da permettermi di azzardare un giudizio siffatto) ma mi è piaciuto in quanto ha generato spunti di riflessione benché, forse e lo giudicherà il lettore, non mi siano piaciuti gli spunti che ha generato.

Theorem Zero di Terry Gilliam è una distopia orwelliana (non sarebbe la prima volta per Gilliam) carica, anzi sovraccarica, di simbolismi a varia gradazione ermeneutica per quanto, in definitiva, mai troppo complicati da dipanare. In pratica è un rebus, come quelli della Settimana Enigmistica, gigante e semovente al quale lo spettatore deve comunque prestare molta attenzione per arrivare a decifrare le parole che compongano il senso del film. Parole che alla fine non sono molte: io sono uno ma non conto nulla quindi sono uno zero. Distopia orwelliana, dicevo all’inizio, perché il protagonista programmatore informatico (Christoph Waltz è definitely uno dei miei attori preferiti e qui sparge talento attoriale ad ogni fotogramma) non si riferisce a se stesso come “io” ma come “noi” che non è di certo un plurale maiestatis. È, piuttosto, un “noi” binario, uno 0 e un 1, come se lui non potesse essere altro che due stati diversi (e opposti) di un ingranaggio minuscolo della società, il più minuscolo possibile, un bit come in un microprocessore, per l’appunto, al quale al massimo è concesso di essere l’una identità o l’altra. Qohen Leth (il suo nome nel film) è, credo, una sorta di Charlot di Tempi Moderni trasposto in un incubo lisergico e poco vagamente orwelliano da Gilliam. Solo che, a differenza di Tempi Moderni, qui non c’è spazio per la risata o per la commozione o per la speranza presenti nel capolavoro di Chaplin. Infatti, dallo straniante “noi” di cui sopra, si passa a un  rutilante bailamme di cliché orwelliani: telecamere che spiano ovunque per conto del “direttore” (un big-brother-equivalente interpretato da un quasi irriconoscibile Matt Damon spettacolare nella prima, quasi psichedelica, scena in cui appare), il genietto informatico che chiama tutti “Bob” (palese rimando alla spersonalizzazione), ogni task lavorativo è da completare in 4 ore e viene comunicato al telefono da una voce sintetica che offre una beffarda finta scelta (“pigia 1 se lo completerai o pigia 2 se vuoi scegliere un’altra durata” ma il 2 non funziona), il migliore amico che apparentemente lo aiuta e lo sostiene ma che sbaglia sempre a pronunciare il suo nome (quindi non gli importa nulla di lui), la ragazza dal volto e le fattezze angeliche (la scelta dell’attrice, la bellissima Melanie Thierry, è ben centrata in questo senso e curiosamente già scelta da Giuseppe Tornatore in La leggenda del pianista sull’oceano per ricoprire un ruolo simbolicamente simile) che sembra interessarsi a lui ma poi si scopre che…, una psicologa che sembra dedicarsi a lui con sincero interesse ma che in realtà è… (una meravigliosa Tilda Swinton: forse la cosa che più mi è piaciuta del film oltre a Waltz).

Tutto ciò si svolge in un ambito scenografico improntato (come spesso accade con Gilliam) a un esasperato barocchismo (qui in salsa iper-tecnologica) che, lasciatemelo dire, ho trovato un poco stucchevole e fastidioso ma al quale non posso non tributare un applauso virtuale per l’attenzione al dettaglio e alla realizzazione (fatto salvo l’aspetto cruciale su cui mi soffermerò in conclusione).

Ci sono poi i simbolismi di impronta quasi enigmistica cui facevo cenno all’inizio. Il dualismo 0/1 si propone anche nell’atteggiamento di Qohen: o la vita ha un senso profondo (simboleggiato dalla “chiamata” che lui sta aspettando) oppure non ne ha alcuno. Vive in una malridotta chiesa sconsacrata: simbolo che la religione (in teoria portatrice di speranza) è fallata e persa. L’unica “botta di vita” che gli viene concessa è in una esperienza di realtà virtuale insieme alla prostituta dalle fattezze angeliche: un’isola tropicale con un eterno tramonto in cui ritrova i capelli perduti (è calvo nella “realtà vera”), la possibilità di mangiare prelibatezze ma senza ingrassare, giocare e persino amare (ma non troppo: appena prova a concupire l’angelica ragazza che lì l’ha trascinato il collegamento si interrompe). La tuta sensoriale immersiva per la realtà virtuale è un costume dalle fattezze demoniache: non c’è bisogno di sforzarsi molto per capire qual è l’opinione di Gilliam sulla VR. La stessa “chiamata” che lui dice sempre di aspettare è a sua volta un simbolo di quella che è la sua intima individualità: una fede cieca e resistente alla catena spersonalizzante che lo lega alla sua vita quotidiana. Si scopre poi che quella attesa è l’attesa di un ritorno. Il suo disagio psicologico ed esistenziale ha avuto inizio proprio con una “chiamata” che ha ricevuto al telefono e in cui è stato pronunciato il suo nome. Tale fatto, pur essendo probabilmente una chiamata a scopi pubblicitari o di vendita, ha scatenato in lui l’esigenza di individualità e di identità propria: lui ha un nome e i quei pochi secondi necessari per il proferimento del suo nome lo fecero sentire completo e soddisfatto di sé e desideroso di ricevere nuovamente una telefonata, anzi quella telefonata. Senza quel proferimento la sua vita è incompleta quindi, per reazione, ha cominciato a riferirsi a se stesso con un “noi” binario in attesa che la “chiamata” ritorni, confermi in qualche modo se stessa e quindi anche la sua identità e lo liberi, infine, dalla assurda cella (vive sempre nella chiesa senza mai uscire) in cui si sente imprigionato (la opprimente società occidentale). Sentir pronunciare il suo nome in quella “chiamata”, unico segno e indice del suo essere un individuo dotato di senso all’interno di un reale che di senso non ne ha alcuno, gli infonde un profondo senso di completezza individuale (la dicotomia divisiva individuo/società è il tema di fondo del film) e non c’è dunque da stupirsi se ne attende il ritorno con tale spasmodica e morbosa ansia. La chiamata è un simbolo multiplo che, oltre a quanto sopra, si dispone cristologicamente a far da messia che giunto una volta ad aprire gli occhi dell’umanità aveva promesso che sarebbe tornato. Ora, poiché il ritorno del messia notoriamente è alla fine dei tempi allora l’attesa della seconda “chiamata” è sì l’attesa di uno scioglimento del suo dubbio dicotomico esistenziale (0 o 1?) e quindi la liberazione della propria identità ma è anche, ça va sans dire, l’attesa della morte (iconicamente rappresentata da un buco nero che appare più volte nel film). Qui Gilliam gioca con il forte senso di ambiguità che ha messo in piedi sin dall’inizio. La liberazione dell’individualità, da perseguire ostinatamente quale affermazione identitaria, può aversi solo nel momento supremo del trapasso finale? Come a dire che una volta che si risolvesse lo status tra 0 e 1 in favore di quest’ultimo allora l’istante immediatamente successivo è inesorabilmente lo 0 (zero)? Il compimento della vita è la morte? “Lo zero deve essere il 100%” dice il software a Qohen. Tuttavia, la cieca fede di Qohen (che poi è un nome con malcelata assonanza ebraica: incongruenza? o semplice rimando sincretico che rimanda alla scoperta del simbolo religioso? non saprei) nel ritorno della chiamata è proprio ciò che impedisce al Teorema Zero di essere dimostrato (da cui il titolo del film). Teorema che sancirebbe la totale insensatezza della vita e che Qohen, proprio in virtù della sua particolare, per quanto malata e morbosa, resistenza all’assimilazione totale, è chiamato a dimostrare. Ma il teorema resiste ad ogni tentativo di dimostrazione e quel 97% di dimostrazione più volte riproposto nel film a seguito degli infruttuosi tentativi di Qohen o, meglio, quel rimanente 3% che manca alla dimostrazione, è il simbolo della fede disperata di Qohen stesso nella “chiamata”. Tutto ciò esaspera ulteriormente il protagonista che precipita sempre di più nel patologico vortice di questa ricerca perdendosi quasi definitivamente ma che allo stesso tempo, resistendo, diventa il primo dei tentativi di Gilliam di suggerire una certa speranza, che richiama in analogica sequenza le peripezie di Charlot in Tempi Moderni.

Infatti, la angelica prostituta sembra redimersi, non già dal suo ruolo quanto dalla falsità del suo interesse per Qohen dimostrandogli un affetto disperato e confuso (in lei, forse, generato dal suo rendersi conto che Qohen non è uno dei tanti che ha dovuto circuire). Va detto che la angelica ragazza gli salva la vita due volte nel corso del film. La prima nella vita reale, quando gli fa una manovra di Heimlich per fargli espellere una diabolica caramella datagli dal presunto migliore amico, la seconda nella VR quando lui stava annegando nel mare virtuale (altro simbolo: l’immersione nella VR è pericolosa). Il genietto informatico smette di chiamarlo “Bob” (prende a chiamarlo “Q” adombrando una risposta possibile alla sua ricerca d’identità) e lo porta fuori in un parco pubblico (geniale scena in cui si siedono su una panchina davanti a un muro completamente ricoperto di cartelli di divieto – simboli, simboli, simboli!). Il ragazzo gli fa anche capire che quella “chiamata” era qualcosa di casuale e che non aveva alcunché di mistico – gli apre gli occhi, per così dire. È l’ennesimo simbolo: fanciullezza e adolescenza è sempre innocente e ingenua nel rapportarsi al futuro perché non è ancora totalmente assimilata a essere ingranaggio o bit del gigantesco algoritmo che è la società – il re è nudo. C’è anche un piccolo inciso in cui i due ricevono una pizza da asporto che viene consegnata da una avvenente “rider” la vista del cui provocante decolleté fa quasi perdere i sensi al ragazzo come a dire che l’eventualità del sesso, simbolo della transizione dalla fanciullezza all’età adulta, è anche un simbolo di traviamento e perdita dell’innocenza e in quanto tale foriero di dolore. Alla fine di questo processo Qohen si affeziona al ragazzo e comincia a non si riferirsi più a se stesso con il “noi” spersonalizzato di cui dicevo all’inizio ma con un “io” che sembra certificarne la presa di coscienza di una identità sua propria.

Poi però questi suggerimenti di speranza vengono spazzati via.

In uno showdown dal ritmo (finalmente) incalzante il film mostra in sequenza una successione di eventi (sempre simbolici) in uno spiazzanti e persino deturpanti. In primis la angelica ragazza che sembrava essere la speranza d’amore e felicità viene scoperta continuare il suo mestiere di prostituta sicché Qohen, nonostante la richiesta di fuga d’amore “vera” da lei proferita in forma di prosaica promessa di felicità (e che gli stava offrendo, per la terza volta, di salvargli in questo modo la vita) non può fidarsi (fede che ritorna ancora una volta ma stavolta non cieca e vista, anzi “svista”, con occhio disincantato) e la rifiuta lasciando che lei se ne vada senza di lui. La psicologa si scopre essere un algoritmo che aveva il solo scopo, tutt’altro che terapeutico, di perpetuare il suo stato di disagio per tenerlo ancorato al suo ruolo di ingranaggio. Il suo migliore amico si rivela essere uno che l’ha sempre preso in giro, presa in giro che si rivela nel paradossale riconoscimento che costui, prima, pronunciava appositamente male il suo nome ed esce dalla sua sfera di amico proprio pronunciandolo correttamente. Questo passaggio è interessante perché richiama, ma non vorrei sovra-interpretare, il divieto della pronuncia del nome di dio della tradizione ebraica (e qui forse Gilliam conferma quella sorta di sincretismo cristiano-ebraico di cui accennavo poc’anzi): non è chiaro cosa succede se si proferisce quel nome ma di certo non succede nulla di buono. Nel film, Qohen prima viene indotto a credere che il suo migliore amico sia davvero suo migliore amico (ma sbaglia sempre la pronuncia del suo nome) ma quando scopre che costui pronuncia appositamente male il suo nome allora lo perde. Perde l’unica possibilità di amicizia che credeva di avere. Il ragazzo, che pure (nella sua ingenuità adolescenziale) gli aveva aperto gli occhi e si era praticamente trasferito a casa sua, poi si ammala gravemente (simbolo: se riveli la verità allora stai male – educazione dell’adolescente all’assimilazione forzata attraverso punizioni – non avrebbe dovuto rivelare a Qohen la banale natura della prima “chiamata”) e gli viene portato via da due sgherri che sembrano usciti da un fumetto. Infine, il “direttore”, passeggiando con lui intorno al mega-computer che, opportunamente programmato deve risolvere il Teorema Zero, gli rivela che non c’è alcuno scopo in quella dimostrazione che non sia il poter controllare una qualche risorsa economica ulteriore. A dir il vero la scena finale con il “direttore” mi è parsa un po’ debole. Posso solo tentare di dedurre che sia (l’ennesimo) simbolo di un potere anonimo quanto inesorabile che usa la scienza (il Teorema Zero è una sequenza complicatissima di misteriose equazioni) con il solo scopo di trarne vantaggi economici e, in definitiva, quale strumento per auto-perpetuarsi attraverso lo sfruttamento.

Qohen viene quindi deluso cinque volte: dall’amore (la ragazza angelica), dall’amicizia (l’amico che pronunciava male il suo nome), dall’amor filiale (il ragazzo cui si era affezionato che si “ammala” crescendo), dalla speranza in un futuro migliore per il mondo (il “direttore” che gli rivela che la soluzione del Teorema Zero è mero strumento per far ancora più soldi sulle spalle di tutti). La quinta delusione, che definirei interludica, in quanto originatasi nel rapporto con il ragazzo, è scoprire che la sua fede nel ritorno della “chiamata” è malriposta.

Di-sperato, in questo grande gioco di illusioni e rivelazioni disillusorie, Qohen tenta di distruggere tutto con un martello ma il suo tentativo è vano: il grande macchinario/megacomputer si ricostruisce da sé immediatamente (simbolo ovvio: la ribellione è inutile) e a lui non resta che lasciarsi cadere nel buco nero della totale insensatezza della vita, cosa che fa in senso visualmente letterale nella rappresentazione filmico-simbolica della scena che precede il finale

La scena finale è per certi versi straziante. Qohen è nudo, sulla spiaggia tropicale virtuale in cui in precedenza sembrava aver trovato una speranza d’amore con l’angelica prostituta. Prende tra le mani il sole e lo fa tramontare. Simboli ancora una volta. È nudo perché ha raggiunto finalmente la consapevolezza del suo essere un individuo. Tuttavia, questa consapevolezza lo fa impazzire definitivamente perché può essere il se stesso completo soltanto in un mondo falso (virtuale, per l’appunto), in cui non c’è nessun altro e in cui la sua raggiunta onnipotenza, data dal pieno compimento della sua identità individuale, è usata solo per scrivere la parola fine all’esperienza stessa della sua ricerca, e quindi della sua stessa vita. È, di fatto, morto. Perché l’eterno tramonto scelto per il mondo virtuale di falsa felicità che aveva provato in precedenza, allorché venga smosso dalla sua stasi artificiosa, non può che esitare nella sua inesorabile realizzazione cioè, valicare l’orizzonte e quindi, in definitiva, traslare nel buio.

Per Gilliam, dunque, sembrerebbe (il rischio dell’esegesi va nascosto dietro l’uso del condizionale) che la ricerca di una piena identità dentro la società massificante che l’occidente ha costruito sia possibile solo a patto di esserne totalmente escluso o perché il suo successo significa separazione totale dalla società (impazzimento) o addirittura perché il compimento del processo identitario ha come unico esito la morte. Si potrebbe pensare che il messaggio sottostante sia uno stimolo a non pensare mai di aver raggiunto il proprio scopo, quasi fosse uno sprone alla ricerca perpetua, per dirla alla Karl Popper, consapevoli del fatto che non c’è un fine ultimo, una verità ultima o quant’altro di definitivo nel nostro futuro. Tuttavia, i toni cupi e il di-sperato finale suggeriscono forse una visione più negativa, quella più palesemente mostrata nel film, e cioè che la ricerca d’identità è destinata a un esito fatalmente distruttivo e annichilante. I richiami al 1984 di Orwell e al Tempi Moderni di Chaplin sembrano palesi ma mentre nel primo prevale la critica all’alternativa politica con scopo monitorio e nel secondo prevale la critica sociale a scopo educativo in Theorem Zero prevale una critica totale di ogni manifestazione del politico, del sociale e dell’individuale che nega ogni scopo. Ciò non va letto nel senso che il telos non sia, in ciò eventualmente (e se così fosse sarebbe positivo, aggiungerei) avvicinandosi all’universo etico di una filosofia decisamente altra dai richiami di cui farò menzione in seguito, ma proprio nel senso che il telos c’è ma è il nulla assoluto. Il che significa, detto con sofismo di bassa lega, che se c’è ed è il nulla allora è la negazione di ogni scopo.

La visione è radicalmente cupa, dunque, ed ogni tentativo di speranza di sviluppo (sempre all round, cioè politico, sociale e individuale) è negata. Si allontana dunque dai modelli di riferimento. La cupezza di 1984 è in fondo redimibile nell’accoglimento del monito: quell’alternativa lì, ci dice Orwell, ti annichila dunque non percorrerla. Dal che si deduce che ogni altra strada scelta andrà bene (o non sarà peggiore). Per quanto Orwell sia pienamente ascritto alla tradizione della filosofia britannica di un uomo costretto all’eterna lotta contro il male allo scopo di sopravvivere contro una natura del potere inesorabilmente maligna (il Leviatano di Hobbes) che lo assale sia dall’esterno che dall’interno (l’Homo homini lupus) troverà tuttavia la possibilità del proprio futuro: finché continua a lottare è vivo e può sperare. Chaplin è più sofisticato, per certi versi, perché sgombra il campo da ideologismi di portata ontologica (di cui invece Orwell ne è, consapevolmente o meno, totalmente pervaso) in favore di un rilievo totale e (positivamente) inesorabile del caso. Il che non deve ingannare: non si tratta affatto di una semplificazione. La critica alla massificazione dell’industrializzazione moderna, in Chaplin, è feroce. Tuttavia, tanto il suo svolgimento quanto la sua rappresentazione (la ridicolizzazione comica delle peripezie di Charlot) altro non sono che il riconoscimento di una situazione contigente di un qualunque, e in quanto tale possibile, scenario storico. Casuale è questo momento storico perché casuali sono le vie che hanno portato qui, sembra dire Chaplin. Indicativa, in questo senso, è la scena in cui Charlot raccoglie una bandiera da terra e la solleva per non ricordo quale motivo e si ritrova suo malgrado alla testa di un corteo di operai in protesta. Tempi Moderni è una sorta di elogio della contingenza che esula totalmente dalla volontà e dagli scopi dei singoli. Una sorta di teoria del caos ante-litteram in cui anche scopi ben precisi e strenuamente perseguiti dai singoli portano a conseguenze che per l’aggregato umano non sono affatto prevedibili. Contingenza, per l’appunto. Se ciò ha senso allora ha senso la celeberrima scena finale del film in cui Charlot e la ragazza vengono ripresi di spalle, mentre si incamminano su una strada lunga e di cui non si scorge, né si può sapere ovviamente, il punto di arrivo. È certamente una scena di speranza ma non è affatto banale e semplicistica perché è la visualizzazione plastica della possibilità.

Ebbene di tutto questo, e mi ripeto: nonostante i per me palesi richiami, in Gilliam non c’è traccia. Non c’è traccia non certamente nel senso che ne risulti artisticamente inferiore (il che già sarebbe affermazione insensata in ambito artistico) o perché non ne richiami icasticamente i topòi (lo fa!) ma in quanto decide di risolvere il contrasto netto tra volontà negativa (Orwell) e trascendenza ideologica (Chaplin) che pure non escludono lo scenario del possibile in un più cupo nichilismo totale. Non so, onestamente, quanto Gilliam abbia approfondito certe tematiche che percorrono alcuni dei meandri filosofici del novecento e, in particolare, la critica alla Tèkne (τέχνη) intesa come il fondamento della hybris della civiltà occidentale. Il filo nichilista che collega Nietzsche, Spengler e Heidegger è ciò che si mostra da sé nel film, in buona sostanza e più o meno consapevolmente. Dei tre nomi citati è forse Spengler quello cui più mi viene da accostarlo. Il che è un po’ paradossale poiché mentre Nietzsche e Heidegger si scontrano, per così dire, con il concetto di individualità Spengler se ne disinteressa totalmente nel suo celebre (quanto delirante…) Il tramonto dell’occidente. Ed è tuttavia quest’ultimo testo che sembra far capolino nello scenario di Realtà Virtuale (VR: Virtual Reality) in cui Qohen si ritrova prima con la angelica ragazza e poi nella scena finale. Quello scenario di VR è un tramonto perpetuo (perpetuo! Quale più esplicito riferimento spengleriano si vuole?) e si presenta, in quanto tale, come ciò-che-resiste-alla-fine ma il senso di questa resistenza è la vacuità dell’artificio illusorio rappresentato, per l’appunto, dalla VR, cioè l’artificio tecnologico estremo che solleva l’individuo dal piano dell’esistenza reale e lo colloca sul piano virtuale dove la morte o non esiste o è persino sotto controllo. Qui viene in mente un altro libro, Il mondo nuovo di Aldous Huxley, in cui la droga Soma, che annichilisce speranze e desideri della popolazione, può essere il parallelo della VR del film di Gilliam che, analogamente al Soma, è lo strumento del potere per indurre gli sfruttati all’accettazione più bieca della loro condizione. Droga virtuale, nichilismo, illusorietà di completezza e di felicità, tramonto, buco nero: la critica di Gilliam è certamente feroce ed è principalmente rivolta al modo in cui la tecnologia impatta la società e, per osmosi, l’individualità. La VR è il culmine tecnologico in cui la ricerca del sé trova il suo compimento più totale e al tempo stesso inquietante in quanto taglia quell’esile filo che, nel mondo reale, tanta fatica fa a tenere unite le persone. La separazione, in VR, è dunque totale non solo dell’uomo dalla realtà ma dell’uomo dall’uomo. In ciò, come prima accennato, pare cogliersi qualche brandello della riflessione di una certa filosofia sul ruolo negativo della Tèkne nell’intero sviluppo della civiltà occidentale, su cui non mi addentro (ma non posso esimermi dal ricordare che tutto questo filone filosofico è fortemente errato nei suoi stessi presupposti). Va però sottolineato che la riflessione di questi filosofi è spesso travisata (Tèkne non è la stessa cosa di Tecnologia, per quanto ne rappresenti una sorta di presupposto filosofico). Mi riferisco a Nietzsche in particolare del quale si tende spessissimo, e il primo a farlo è proprio lo Spengler del Tramonto, a considerare la pars destruens del suo pensiero ignorando totalmente o persino travisando, la pars costruens. Per quanto discutibili siano queste analisi filosofiche né Nietzsche né Heidegger lasciano intonsa la possibilità di superare l’apparente impasse che lo scostamento esiziale tra uomo e natura rappresentato dalla Tèkne ha causato. Per il primo la necessità è di un oltrepassamento capace di stornare il male cosmico che affligge l’uomo occidentale in un inesorabile annichilamento delle sue stesse possibilità in favore di una sorta di nuovo umanesimo scevro, però, da ogni velleità di costruzione del telos. Per il secondo invece il suggerimento è l’abbandono (termine tecnico: Gelassenheit) all’idillio della parola, quale strumento per la contemplazione del mondo. Sfidare queste idee filosofiche a manifestarsi nel quotidiano è molto pericoloso: movimenti neo-luddisti, anti-scienza (di recente tutta la fuffa no-vax per esempio) e anti-democratici (l’assalto al Campidoglio!) fanno in ultima istanza riferimento alla banalizzazione di queste tesi cercando di ammantare le loro strampalate pretese di un corredo intellettuale che non ha alcuna ragione d’essere. Per alcuni, mi si perdoni l’inciso, ciò significa che allora quelle tesi sono errate ma non posso esimermi dal rilevare che un tale ragionamento è gravemente inficiato sul piano logico essendo la nota fallacia dell’affermazione del conseguente. Se queste tesi sono confutabili (e lo sono!) la confutazione andrà condotta con ben altri e più rigorosi metodi.

Ad ogni modo si tratta di questioni complicate ma che, in altre parole, possono essere riassunte in diagnosi dei mali dell’uomo (occidentale) e successiva prognosi del processo terapeutico. E se Gilliam, consapevolmente o meno, si colloca nel solco della diagnosi che si dà in questo filone filosofico, non mostra in alcun modo di cercare la prognosi. Anzi, sembra proprio rinunciarvi completamente. Gilliam, se mai li ha studiati, questi filosofi, allora con Theorem Zero si inserisce nel filone del travisamento di questa analisi. Letta la valutazione della Tèkne quale principale presupposto del successo storico dell’occidente e contemporaneamente della sua fine, del suo tramonto, non riesce a coglierne il punto di superamento e si abbandona, esattamente come Spengler di cui non a caso quel tramonto perpetuo nella VR appare il richiamo più palese, alla tetra e cupa di-speranza che ne deriva.

C’è da chiedersi, a questo punto, che senso abbia quest’opera.

Siamo, infatti, ben lontani dalla dissacrante quanto liberatoria epopea dei Monthy Python, dall’esaltazione del ruolo dell’immaginazione in Brazil e della trasposizione di Munchausen o dal commovente oltrepassamento della vita di Leggenda del re pescatore. In tutti (o quasi: l’Esercito delle 12 scimmie è forse anticipatorio di questo, se vogliamo) i suoi film prima di Theorem Zero, l’abbondante spazio lasciato alla critica feroce, alla de-strutturazione dissacrante degli aspetti più distorti della società occidentale nonché l’analisi sull’alienazione e la distorsione dell’identità individuale, trovava il proprio contraltare nell’estasi estetica rappresentata dallo sfogo liberatorio e sfrenato concesso all’immaginazione. La suggestione di ciò è nei suoi film sia esteriore che interiore. Esteriore allorché Gilliam si scatena nella concezione scenografica (Brazil, per l’appunto, e poi sempre a piene mani in Munchausen, I fratelli Grimm e l’incantevole strega, Parnassus) laddove è interiore nello svolgimento più proprio della trama e della concezione delle scene girate per la resa del plot (sempre Brazil, ma più in La leggenda del re pescatore, nel per me mal riuscito Tideland e per certi versi anche l’ambiguo Paura e delirio a Las Vegas). L’immaginazione, anzi l’immaginazione (mi permetto l’abuso dell’italic proprio in ossequio al potere suggestivo dell’estetica della parola scritta, qui intesa, e gioco ancora!, come scritta in senso letterale) è sempre stata, in Gilliam, il contraltare positivo di ogni negativo che traspare dallo scostamento distorcente in cui molti dei suoi protagonisti incappano nel loro percorso di vita. Solo così, sembra(-va) dire più o meno surrettiziamente Gilliam, ci è offerta la libertà, quella vera, quando ci sentiamo costretti ed ingabbiati (o quando non solo lo sentiamo ma lo siamo). In ciò, il disperante e lo sperante si confondono ad arte. In La leggenda del re pescatore l’insania è fuga liberatoria e la commovente quanto celebre scena finale con Parry e Jack, nudi non a caso, stesi sul prato che guardano il cielo rappresenta proprio quel positivo senso di alterità terapeutica che l’immaginazione è in grado di procurare anche a chi, come Parry, è escluso dalla realtà sociale dalla sua triste schizofrenia. Il messaggio, in buona sostanza, è (era) che l’immaginazione svolge un ruolo eroico e salvifico perché ci consente di trovare la meraviglia, il meraviglioso o, più filosoficamente, il thauma di aristotelica memoria, capace di indurci in un modo o nell’altro al superamento prognostico di qualsiasi difficoltà che ci si trova a fronteggiare.

Mi si potrà obiettare che anche in Theorem Zero la immaginifica scenografia svolge lo stesso ruolo. Ed in effetti Gilliam non tradisce se stesso in questo film: la chiesa sconsacrata, i costumi, il mega-computer, il buco nero si stagliano davanti allo spettatore in tutta la loro straniante bellezza come in tanti altri film del nostro. Tuttavia, la mia modesta opinione è che mentre negli altri film lo sfarzo estetico è, come accennavo poc’anzi, contraltare del disagio esposto nel plot, qui esso è piuttosto funzionale al plot e al suo sottotesto. Se ne trova traccia in diversi punti del film. In alcune scene la chiesa sconsacrata dove abita Qohen si vedono i topi scorrazzare a dritta e a manca, sulle stoviglie, sui divani, si intravede perfino il classico buco nel muro che nasconde la loro tana. In questo caso i topi non rappresentano il debordante dettaglio scenografico della decadenza del luogo ma sono lì a deturparlo. Il dispositivo sensoriale per la VR non funziona al primo colpo, ci sono scariche elettriche che ne rendono difficoltoso l’uso – il costume è assai significativamente difettoso. Così come è difettoso l’abbigliamento quando lui e il ragazzo escono all’aria aperta: il cappellino è mal calato sul capo, gli occhiali da sole sono indossati storti. Più evidente, nel senso funzionalista che sto cercando di mostrare, è il momento in cui Qohen, nel suo primo accesso di esasperazione, distrugge con un martello la sua postazione, il telefono e il suo strano e coloratissimo computer: non è solo svolgimento del plot ma anche distruzione della scenografia stessa. Sembra quasi che in queste scene Gilliam stia sfondando l’ipotetica quarta parete e interagisca con la sua opera e con lo spettatore distruggendone la parte positiva, comunicando, in questo modo e cioè deturpando e distruggendo il suo apparato scenografico, quel senso di di-speranza cui ho fatto più volte riferimento. Lo fa in modo decisamente diretto, non mediato, trasformando il suggerimento nichilista in un gesto esplicito.

Dunque, siamo di fronte a quella mancanza del momento prognostico che ho cercato di segnalare e che dimostra per converso il cupo pessimismo nichilista che pervade quest’opera a cui non si sottrae nemmeno l’immaginifica scenografia.

Si potrebbe obiettare, infine, che i due momenti in cui la ragazza angelica salva la vita a Qohen potrebbero rappresentare il malcelato simbolo e tòpos dell’amore salvifico e che quando gli offre l’occasione per fuggire insieme gli sta offrendo l’occasione per salvarsi. Tuttavia, poiché Gilliam sceglie di far rifiutare a Qohen la proposta non possiamo far altro che dedurre che tale salvezza non era e non poteva essere alla sua portata in quanto, scoperta la menzogna e deluso da essa (come scritto poc’anzi nelle cinque delusioni) sarebbe stato un ripiego e non una soluzione del suo dilemma esistenziale. Tale scelta estetica, in un’opera così dettagliatamente concepita, non può esser disconosciuta per farle dire altro da ciò che dice, sicché l’obiezione deve essere respinta.

Detto tutto ciò, anche che certamente il film va visto, il senso di esporsi con un’opera di questo tipo mi sfugge. Sembra quasi che Gilliam, pur nel suo stile e nel suo modo proprio d’intendere l’opera cinematografica, si sia trasformato in un James Ellroy qualsiasi che, mostrando il vuoto finisce per farsene avviluppare lasciandosi cadere nel più qualunquista dei memento mori così tipici dell’arte barocca che lui tanto ama.

Il che, forse, può farci declassare tutta questa interpretazione a frutto marcio e decomposto di una maldigerita riflessione sulla senescenza.

Ad maiora

SHY o del dolore senza pretese

[spoiler as usual ma tanto non cambia nulla sapere o non sapere come va a finire la storia]

Shy, di Max Porter, Sellerio, appena pubblicato.

La storia di questo ragazzo, Shy per l’appunto, disturbato oltremisura, si dipana con la raccolta dei suoi (presunti) pensieri.

Mai letto null’altro di questo Max Porter che sarebbe, stando alla quarta di copertina, la voce più brillante, originale e sofisticata della letteratura contemporanea britannica e dire di questo libro che è un romanzo è come puntare sul rosso o sul nero: una volta ci azzecchi e l’altra no.

Ecco, diciamo che la sua lettura non ti cambia la vita, ma pochi romanzi lo fanno quindi non è poi questo gran peccato.

Sì, ok, ci sono gli italic, i grassetti, i grassetti italic, ci sono i fonti piccoli e i font grandi e anche /le frasi separate da barre/che sembrano trapassare le pagine quindi sì, è originale come la quarta di copertina asserisce, almeno dal punto di vista tipografico.

D’altra parte questo tizio, Shy, è proprio schizzato, disturbato, drogato, alcolizzato, fumato, violento, cattivo e fa sogni strani a occhi aperti e anche a occhi chiusi e dentro quella casa, dall’evocativo nome Ultima Chance, per disagiati-forse-anche-qualcosa-in-più non cambia quasi per nulla.

Si capisce poco delle traversie del protagonista, volutamente celate dietro il velo di follia che permea i suoi pensieri, ma, spoiler, no, non c’è nulla né di brillante né di sofisticato.

Vuole strappare lacrime, l’autore, ma non ci riesce. Ci prova, sia chiaro.

Dopo un centinaio di pagine lette come percorrendo uno sterrato d’estate in mezzo alla campagna, cercando quel bed&breakfast agricolo che costa solo 23 euro a notte senza la colazione il che fa ridere (e il breakfast?!) ma che è il caso di passare prima alla Conad, che poi ti alzi la mattina e ti guardi intorno e non sai cosa fare perché il padrone di casa è un burbero che l’ha convinto la moglie a fare il bed&breakfast così risparmiavano sulle tasse e poi ti guarda come a dire cazzo ci fanno questi in casa mia? e con un cenno del capo ti fa buongiorno e se ne va e tu vai in cucina per farti il caffè che hai comprato alla Conad ma non trovi la caffettiera e allora cerchi la moglie del burbero che sembra dietro la porta per caso ma stava lì per non disturbare anche se voleva entrare in cucina che ti dice che loro non bevono caffè e che scusi scusi in effetti avremmo dovuto pensarci e tu chiedi se siamo i primi clienti e lei dice e stai per chiedere com’è possibile, allora, che ci siano tutte quelle recensioni positive su Google ma poi ti trattieni che tanto non ne vale la pena e pensi ad una scusa per fare i bagagli e andartene ma poi fai un sospiro pensando a lei che è in bagno a farsi bella e chiedi alla moglie del burbero se i laghetti che hai visto sulla mappa si possono visitare e lei risponde sì ci sono anche i cormorani e molti gabbiani che arrivano dal mare così le dici che va bene anche del tè (ce l’avete il tè? , sì, è lì sulla mensola) così ci inzuppi i biscotti della Conad e lei ti sfodera un vassoio con due tazze poi le porti su e fai colazione con lei e le dici dei laghetti e dei cormorani e lei ti chiede ma non andiamo in spiaggia? evidentemente ignorando che ci sono 25 km tra lì e la spiaggia e che cosa accidenti pensavi che andassimo in un bed&breakfast in mezzo a campagna se poi volevi andare in spiaggia e che forse sto libro è da mollare a metà anche se è corto.

Ecco, dopo un centinaio di pagine che danno questa sensazione il nostro sfodera qualche pagina in cui il linguaggio diventa meno farraginoso, l’originalità tipografica si azzera, dà mostra di conoscenze botaniche e ornitologiche niente male e manda Shy a suicidarsi in uno stagno solo che questi quando sta per stendersi sul fondo dello stagno (che non è più profondo delle sue ginocchia – unico momento passabile del romanzo per la sua tragica comicità, alla Fantozzi, tanto per intenderci), zavorrato da uno zaino appositamente riempito di pietre, si distrae vedendo due tassi morti che galleggiano tronfi di gas da decomposizione nella loro mortale degenerazione e, preso dalla curiosità di esaminarli, si dimentica di suicidarsi. Così, torna alla Ultima Chance e usa i sassi che aveva nello zaino, e che avrebbero dovuto tenerlo sott’acqua per farla finita, per sfasciare tutte le finestre della casa. Assistendo all’evento gli altri ragazzi folleggiano un po’ ma alla fine si abbracciano tutti.

(sì ok l’ho capita eh – i sassi mortiferi, portatori di morte, diventano vitali in questo raptus distruttivo/creativo, dal vago sapore schumpeteriano, la rabbia psicotica è prima portatrice di morte ma poi, quando la morte si manifesta sottoforma dei corpi gonfi dei tassi, diventa portatrice di vita o, quantomeno, di presunta voglia di vivere così gli altri della casa lo percepiscono e lo abbracciano: hanno pietà di lui)

Ecco, tutto qui. Cioè, dico, manco si suicida. Che almeno, se si fosse suicidato, allora noi, il lettore, avremmo avuto pietà di Shy, del suo dolore amorfo e incontrollato, inspiegabile e inguaribile. Avremmo avuto pietà del suo essere sbalzato e gettato nella vita con una tara psichiatrica congenita che gli impedisce di sostenere anche solo il minimo rapporto personale, che sia con madre, padre/patrigno, amico, ragazza, o persino con le figure che, nella Ultima Chance, cercano di aiutarlo a mitigare (ché guarirlo non si può) il suo problema.

A dirla tutta, che quella di Shy sia una tara psichiatrica è una mia deduzione. Non è tuttavia chiarissimo quale sia, a tal proposito, l’intento dell’autore. I raptus del ragazzo sono perlopiù inspiegabili, le sue azioni ancora meno, gli eventi della sua vita sono appena accennati sicché non se ne può trarre nulla. Non si tratta del classico tema della ribellione adolescenziale, dello spaesamento che ne consegue e il vortice di distruzione psico-sociale come accade, ad esempio, al protagonista di Trainspotting di Irvine Welsh (che poi dovrei dire del film che forse, per una volta, è meglio del romanzo) a cui mi pare voglia vagamente ispirarsi l’autore di Shy. C’è un piccolo episodio, nel romanzo, in cui viene citata una riunione di famiglia di Shy in cui vengono proiettati i filmini di quando lui era bimbino, al mare o vestito da uomo ragno, e le conseguenti tenere risate di famiglia che si fanno in questi frangenti. Al termine di questa proiezione il quindicenne Shy reagisce furiosamente e inspiegabilmente. Sembrerebbe un momento che definisce il distacco tra quel bambino così carino e così “normale”, che quindi non lascia intravedere il drammatico futuro di follia che lo attende, che conduce allo Shy tardo adolescente dell’attualità quasi come (quasi come!) per l’appunto il distacco tra l’età dell’oro-dell’innocenza, l’infanzia, e l’età del ferro-della crescita. E tuttavia gli irrazionali pensieri e pseudo-dialoghi che si dipanano stancamente nelle pagine del libro non lasciano davvero percepire che sia questa la tematica. D’altra parte, se lo fosse, gli sarebbe venuta assai male.

Mi viene in mente Pastorale Americana di Philip Roth ove la vita perfetta dello “svedese” viene sconvolta dal fatto che il passaggio all’adolescenza della sua altrettanto perfetta figlia (ma mica tanto, in realtà, perché da bambina balbettava: genialità di Roth!) viene sconvolto dagli attentati che lei compie in nome di ideali che lo “svedese” non comprende.

Qui, in Pastorale Americana, il distacco non è compreso, e quindi dolorosamente subito, dal padre ma è compreso, e bene, dalla figlia. C’è un perché dell’alienazione percepita dallo “svedese”, sia pur non capita (almeno in superficie), istigata dalla distorta interpretazione dell’american-way-of-life, il così-si-deve-vivere che spinge l’ossessiva esaltazione del successo socio-economico a sovra-interpretare le proprie ragioni sovra-apponendole al più profondo significato della pacifica convivenza che dovrebbe sottendere il consesso civile, civile in quanto governato da leggi che de-limitando l’agire individuale consente (o, quantomeno, vorrebbe consentire) a tutti di avere una possibilità, una qualsiasi, di cercare (ché trovarlo è altra storia) il proprio posto insieme agli altri. L’adolescenza, ingresso nell’età adulta ma ancora ignara del suo significato, caratterizzata dal wille zur macht, la volontà di potenza di certi filosofi, non può giocoforza incasellarsi immediatamente in ciò che la generazione precedente ha, o avrebbe, pensato per essa. Da qui la ribellione, tipica, e l’incomprensione, altrettanto tipica, che se non viene saggiamente guidata allora sfocia nella distruzione. La saggezza è il grande assente nel contrasto tra adolescenza (che non può capire perché manca dell’esperienza necessaria) ed età adulta (che non capisce in quanto manca della saggezza, per l’appunto). La saggezza è, al minimo, il riconoscere che tutto scorre, tutto cambia, che il si-è-sempre-fatto-così è falso, che generazione dopo generazione il cambiamento, il divenire di certi altri filosofi, è il senso più profondo dell’adattamento dell’uomo, nel suo raccogliersi entro un consesso civile e sociale, all’ambiente sempre cangiante (dalla sua propria mano, peraltro, il che è per certi versi paradossale ma anche questa è un’altra storia). Il dolore che consegue a questo conflitto, in questo contesto, è un dolore preteso, voluto, inevitabile, inesorabile ed è anche un dolore diffuso, nel senso che si diffonde tra le persone protagoniste del conflitto in modo speculare e, nella sua visceralità, al limite (e talvolta oltre) del distruttivo. E’ anche, tuttavia, un dolore vitale che il lettore riconosce empaticamente, suppongo persino schierandosi dall’una o dall’altra parte sperando, insieme all’autore, che qualcuno arrivi a imporre quella saggezza a comporre il dolore ulteriore, quello di Roth stesso che non la trova da nessuna parte. Non mi dilungo oltre su Pastorale Americana, libro ricchissimo di spunti e contenuti che meriterebbe moltissime considerazioni a sé: leggetelo.

Di là, in Trainspotting, il film più ancora del libro (che pure, come detto poc’anzi, a me pare essere il vero ispiratore di questo Shy), il distacco non c’è o, meglio, non è consentito. I protagonisti non sono adolescenti in senso stretto perché hanno abbondantemente superato la ventina ma lo sono nell’animo. La grottesca e surreale discesa agli inferi della droga di cui sono vittima (già, vittima, laddove il colpevole è la opprimente società capitalistica e bla bla bla, nel libro, mentre nel film il concetto è più sfumato), a mio avviso, è la impossibilità di uscire da quell’età di cui vorrebbero liberarsi ma non ci riescono. Il conflitto non è con il padre e la madre, come in Pastorale Americana (ma attenzione a non limitarsi a leggere quest’ultimo semplicemente nella sua rappresentazione tematica e a non farsi sfuggire le allegorie rothiane che rimandano a più ampi scenari), non è ristretto ad un qualche ambito familiare oppressivo. Nella rappresentazione del proletariato urbano pretenziosamente messa in scena da Welsh (ancora una volta nel film è tutto più sfumato) il conflitto adolescenza versus età adulta è figurativamente evitato per volontà più o meno consapevole di un consesso civile che rifiuta la partecipazione degli emarginati i quali, quindi, finiscono per rimanere adolescenti intrappolati, nolenti, nel corpo di un adulto. Pretenzioso, ribadisco, ma questo è. Impossibilitati alla partecipazione i protagonisti di Trainspotting sfogano la propria frustrazione nella falsa ma rassicurante surrealtà indotta dalla droga o dall’alcol: se non posso aderire e dare un proprio contributo alla società allora il grido di dolore, sia pur nella grottesca forma che viene rappresentata magistralmente nel film, si attenua nella voce strozzata del godimento artificiale del delirio stupefacente. Il dolore, dunque, ha la pretesa di risonare come grido di richiamo, come le urla disperate di chi, precipitato in mare e non sapendo nuotare, si sbraccia e urla sempre più e che non trovando risposta si trasfigura nei suoi più bassi istinti animali. L’adolescenza sbuca qui e là, come quando il protagonista ha un incontro sessuale occasionale con una ragazza di cui scopre a posteriori l’età, 14 anni. L’adolescente, intrappolato a forza nel corpo dell’adulto, nemmeno il sesso può liberarlo perché si riduce ad essere quello ingenuo e velatamente proibito tra adolescenti, con una adolescente la quale poi, simbolicamente, ricatta questo ragazzo-adulto proprio con la sua minore età, minacciandolo di rivelare alla polizia il loro illegale rapporto. L’adolescenza trascina verso di sé questi “uomini” reietti ed emarginati anche raffigurando l’impossibilità della paternità. Infatti, in un altro, agghiacciante, episodio i protagonisti rimangono sostanzialmente indifferenti alla scoperta del cadavere di un neonato. La società, sembra dire Welsh (o Boyle, il regista del film), è talmente opprimente verso questo proletariato da negare ad esso persino la sua stessa definizione letterale. Nella locandina originale del film c’è questa frase che traduco a braccio:

Scegli la vita. Scegli un lavoro. Scegli una prima casa. Scegli un’assicurazione dentistica, un abito con valigetta coordinata. Scegli il tuo futuro. Ma perché mai qualcuno dovrebbe volere tutto ciò?”

L’intento di queste domande retoriche, che vorrebbero sintetizzare il contenuto del film, è volutamente provocatorio per attirare spettatori al cinema ma rende, involontariamente secondo il mio giudizio, il senso più dolorosamente adolescenziale di tutta la vicenda. Il dolore è, quindi, quello che consegue alla impossibilità di pervenire compiutamente all’età adulta simbolicamente rappresentata dal lavoro che il protagonista (che grazie all’aver scaricato la locandina ora ricordo chiamarsi Renton) trova in un’azienda londinese. Certo, ne viene nuovamente espulso ma la vita “adulta”, per così dire, l’ha comunque toccata con mano e nel finale, quando Renton si allontana dagli amici nottetempo con il “malloppo” dell’ultima bravata, si lascia intendere che è proprio a quella vita adulta che si rivolgerà, magari grazie ai soldi appena rubati agli amici il che rende un poco amara questa traslazione. C’è sollievo per lo spettatore, in questo finale, sollievo dal dolore che non è empatico, come in Pastorale Americana, ma è respingente perché così deve essere in accordo con la sottintesa dinamica sociale oppressiva di cui s’è detto poc’anzi e che sfocia, nella mia personalissima interpretazione, in un conservatorismo di risulta ben lontano dallo status di cult che la vulgata degli appassionati gli attribuisce. Ma questa è un’altra storia. Comunque lo si veda e lo si interpreti, il dolore dei protagonisti è ampiamente percepibile, schifosamente palpabile nelle sue grottesche manifestazioni, pure pretenzioso (dolore con pretesa, per l’appunto) ma assai vivo e presente.

Ci sarebbero innumerevoli momenti letterari e cinematografici che possono indurci a ricercare lo stesso tipo di dolore. Ci potrebbe rivolgere al genere Bildungsroman, che pure vorrebbe affrontare esattamente il tema che qui si discute ma che spesso (nei suoi esempi più famosi) con la scusa, se così si può dire, narratologica del processo di crescita del protagonista, tende ad allargare il proprio orizzonte tematico: dal Voltaire del Candide a Manzoni a Dickens al Martin Eden di Jack London e innumerevoli altri.

Ne propongo due più specifici. Il primo è un film di Terrence Malick, La rabbia giovane (Badlands è il titolo originale), del 1973. Il secondo è un film e il relativo libro, Carrie – lo sguardo di Satana, film di Brian De Palma del 1976 che traspone il libro quasi omonimo (il titolo del libro è solo il nome della protagonista, Carrie) di Stephen King del 1974. Ho scelto questi due momenti perché l’attrice protagonista dei due film è la stessa, l’allora efebica Sissy Spacek, adattissima a ricoprire il ruolo di adolescente in transizione e perché possono molto alla lontana raffrontarsi al libro di cui qui si discute.

Nel film di Malick (tra l’altro il suo primo), i due protagonisti (oltre alla Spacek c’è anche Martin Sheen al suo primo ruolo cinematografico da protagonista) all’inizio ricalcano il tipico cliché da film romantico con lui, umile e (pseudo-) ribelle, che si innamora di lei, ingenua e romantica. Il fascino attrattivo che li unisce è speculare. Lui vede in lei tutto il bello che la vita non gli ha riservato: reduce di guerra, reietto al ritorno in patria e senza alcuna possibilità di riscatto sociale. Lei vede in lui tutto il brutto che la vita le ha fin lì risparmiato ma che, in qualche modo, vorrebbe provare (le manca qualcosa). La relazione viene osteggiata, ça va sans dire, dal padre di lei che viene ucciso da Sheen in un impeto di rabbia. Da qui in avanti il film è la rappresentazione della fuga dei due amanti, tra altre uccisioni e sconfortanti tentativi di costruirsi una vita impossibile e che finisce con la loro inevitabile separazione. A onor del vero, non sono certo che il protagonista del film siano le peripezie dei due quanto invece il loro addentrarsi nel paesaggio tanto scarno quanto sconfinato che, lungi dall’essere una mera ambientazione della vicenda, finisce per assumerne il controllo plasmando la disperata fuga dei due. La rabbia di Sheen e la apatica complicità della Spacek sono il contraltare di una natura che non da alcuna possibilità. La sconfinatezza del paesaggio è un limite anziché una possibilità e il peregrinare dei due giovani sembra essere privato di scopo proprio dallo stesso sconfinato territorio nel quale si muovono. Si rovescia, in questo modo, il mito fondativo degli USA per il quale la immensità del territorio è l’invito a pensare di poter fare qualsiasi cosa: land of opportunity mica tanto, sembra asserire Malick. È interessante, nell’ottica che sto cercando di esaminare, che il trapasso all’età adulta di lei sia tratteggiato con questo senso di indifferenza esistenziale che permea persino il suo sé posteriore, voce narrante del film, e che il suo “tradimento” (si consegna, infine, alla polizia) non sia un pentimento vero e proprio quanto, piuttosto, un arrendersi alle circostanze, un rendersi conto che non c’è speranza di uscire da quelle badlands (terre cattive) e che l’illusione di poter fare qualcosa è tragicamente soffocata da tutto, letteralmente tutto, ciò che la circonda. C’è qualcosa di leopardiano in tutto ciò:

O natura, o natura,
Perché non rendi poi
Quel che prometti allor? perché di tanto
Inganni i figli tuoi?

Così, in A Silvia, il poeta di Recanati si strugge nel realizzare quanto impari sia la lotta contro la Natura. Malick ci mostra qualcosa di simile rinunciando però al momento romantico-titanico che Leopardi si attribuisce anche nella constatazione dell’inutilità dei suoi sforzi. Che cos’è il dolore, in questo contesto? La transizione all’età adulta è foriera di un dolore spaesato, disincantato, disilluso, diffuso ovunque lo sguardo riesca a spingersi. Siamo ben oltre Trainspotting, dove almeno le droghe e l’alcol mitigano, per quanto subdolamente, l’indesiderato mal-de-vivre dei protagonisti. Qui il dolore è quasi più intellettuale che emotivo e l’indifferenza apatica della Spacek, nella sua narrazione postuma, non ci rivela alcun sollievo una volta che arriviamo a veder scorrere i titoli di coda. Manca totalmente l’afflato tragico che avvolge la vicenda, ad esempio, dei Romeo e Giulietta shakespeariani o la catarsi aristotelica che coglie, o dovrebbe farlo, lo spettatore della tragedia greca. Rimane solo il brullo e claustrofobico paesaggio a coprire con la sua pesante coltre ogni illusione. L’amara visione di questo Malick conoscerà evoluzioni ma, ancora una volta, questa è un’altra storia.

In Carrie, invece, la com-passione per la protagonista è totale. Qui non c’è spazio per alcuna ambiguità. Carrie viene bullizzata per via della sua ingenuità e della sua ignoranza della vita e quando arriva il menarca, improvvido, nelle docce scolastiche il suo imbarazzo viene deriso in modo soverchiante. Come di consueto in Stephen King, qui al suo esordio, la visione semplicistica e semplificata del mondo in BENE e MALE, assume contorni nettissimi. Male è la ragazzotta cattiva, e tutto il suo codazzo, che bullizza Carrie e male sono tutti coloro che in un modo o nell’altro ne hanno avallato il comportamento, male è anche la madre fanatica religiosa che nella sua folle cecità etica non solo non può cogliere il turbamento della figlia ma cerca anche di sopprimerlo con modi a dir poco discutibili. Bene è invece l’insegnante che cerca di confortarla spiegandole in cosa consiste il menarca, bene è anche l’amica che ha cercato di aiutarla. Il tutto potrebbe sembrare una favola a corto raggio se non fosse che la rabbia di Carrie si tramuta presto in una ondata assassina (dispone infatti di poteri paranormali assai inquietanti e pericolosi) che lascia sul terreno centinaia di vittime. Netto, tagliato con l’accetta, il messaggio di King si dispone fermamente a scongiurare il lettore di guardare dentro l’animo delle persone in cerca del bene e legarcisi mentre ai “cattivi” suggerisce di mantenere un comportamento adeguato affinché non si ritrovino a dover affrontare “l’ira del giusto”, che non sai mai quanto in profondità si possa spingere. Qui il dolore è netto, immediato, fisico e il com-patimento per la sofferenza di Carrie si accompagna all’abbattimento dei “cattivi” come una punizione divina da antico testamento. Noi siamo lì, a soffrire con lei il suo momento di trapasso all’età adulta e dobbiamo capire che è un momento delicatissimo. Non dobbiamo farcene gioco e sminuirlo perché altrimenti… Pedagogico? Più o meno. Nel film, De Palma preferisce concentrarsi sugli aspetti più pruriginosi della vicenda, indugiando grazie alla sua maestria tecnica molto di più sulla possibilità di generare emozioni violente, di qualsiasi tipo, che non sull’aspetto pedagogico che, almeno a me pare, sembra emergere dal libro. Tuttavia, anche in questo caso e forse proprio per questo motivo, il dolore è preteso in massimo grado e persino gettato a secchiate addosso allo spettatore costringendolo, suo malgrado, a scostarsi dall’intera vicenda e uscire dal cinema sconvolto.

Ora, che c’entra tutto questo con Shy?

Niente.

Ed è proprio questo il punto.

C’è un’evoluzione del protagonista, tipica dei bildungsroman? No. C’è uno sviluppo della vicenda? No. C’è una stratificazione di significato? No. Ci sono allegorie, simbologie? No. Viene sviluppato un qualsiasi rapporto che mostri le difficoltà della condizione di Shy? No.

Non c’è nulla che valga la pena di generare un interesse.

Nonostante la forma di certi pensieri che cercano di replicare il foro interno di Shy, nella sua distorta e irrazionale espressione, e alcuni momenti di originalità tipografica, tutto il romanzo (che poi è un racconto) non dice nulla.

Allora, ci sarebbe da chiedersi, se non dice nulla allora mostra qualcosa, no? magari in ossequio al motto dell’ennesima scuola di scrittura creativa: show, don’t tell.

Ebbene sì, in un certo senso mostra l’inferno irrazionale della follia dell’infelice Shy ma, nonostante ciò, l’impressione che se ne ricava è quella di un articolo di giornale. In questo senso, cioè se lo si immagina proprio come un articolo di giornale, allora sì che si può dir di esso che è brillante, originale e sofisticato. Si suppone, infatti, che un articolo di giornale riporti un fatto, una vicenda o un evento, e che lo faccia esattamente con l’intento di dar notizia di tale fatto, vicenda o evento. Ed è questa la sensazione che sorge al termine della lettura di Shy, che si sia, cioè, avuta notizia di questo tizio, che è impazzito negli anni dell’adolescenza e che se la passa male. Ci viene data notizia che ha un patrigno, una madre che non sa come trattarlo, che si è drogato, che fa sogni aberranti, che ha fatto delle marachelle, che non si può recuperare, e che finisce in una casa per irrecuperabili (l’Ultima Chance) e che anche lì se la passa male, che si vuole suicidare ma non lo fa.

Poi, siccome l’articolo è scritto in forma brillante, originale e sofisticata allora dovremmo applaudire.

Ma se l’aspettativa era leggersi un romanzo allora, onestamente, la delusione è piuttosto consistente.

Ho tirato in ballo qualche paragone, poco fa. I romanzi e i film in questione svolgono certamente delle vicende, più o meno complesse, più o meno sofisticate, più o meno diverse tra loro. Ma tutti hanno in comune il porre delle domande al lettore, il porre delle questioni, l’indurre riflessioni, non tutte necessariamente congruenti con l’intento dell’autore, magari perché non le indovini, magari perché non cogli i riferimenti, magari perché non disveli l’allegoria, ma sai che c’è, te lo chiedi, ci pensi su, magari sovra interpreti, sei contento se azzecchi l’intento dell’autore o forse, ignaro, sbagli completamente l’interpretazione. Però, le domande e le riflessioni, le fai. Persino nel meno pretenzioso degli esempi che ho citato, Carrie di Stephen King, la domanda e la riflessione sulla delicatezza del trapasso adolescenziale diventa un tema su cui interrogarsi.

Quando, invece, ti trovi davanti ad un articolo di giornale, per quanto brillante originale e sofisticato, prendi atto. Prendi atto che il giorno x all’ora y nel luogo z è avvenuta quella vicenda. Ed è questo che emerge al termine della lettura. Prendo atto che questa è la storia di Shy.

Non mi rimane niente.

Oppure, ché non bisogna mai darsi per vinti di fronte ad un enigma, posto che sia tale, quando non si riesce a risolverlo, può benissimo essere che io non abbia capito nulla. Che non abbia colto nulla. Che non abbia disvelato, magari anche errando, la profondità delle allegorie che sono celate nel testo. Che non abbia saputo addentrarmi nella sofistica e brillante originalità di questa storia.

Certamente. Può essere.

Può anche essere che l’abbia colta, magari nel fatto che anche a questi relitti umani (ché è ciò che ci viene mostrato, per quanto impietosamente – impietosamente nel doppio senso della lettera, senza pietà, e dell’induzione, non suscita pietà) va data una Ultima Chance, con la maiuscola che mi sfugge ingraziato in ciò dalla poco velata allusione che ne fa l’autore stesso.

O che anche nella loro follia costoro abbiano delle passioni, la musica di genere jungle nel caso specifico di Shy, e che forse possono vivere una vita che vale la pena vivere assecondandole.

O che in fondo compassione è anche l’asettico prendere atto che esistono individui del genere e che tutto sommato possono stare al mondo anche loro se non ti rompono i cabasisi. Questa interpretazione è anche un po’ inquietante. Perché se è vero che offre dignità di stare al mondo anche a chi non sa stare con nessuno è anche vero che suggerisce, poco surrettiziamente, di dedicare a costoro dei luoghi totalmente separati, come l’Ultima Chance. È forse questo il (poco) recondito intento della brillante voce della letteratura britannica? Dirci che non dobbiamo abbattere come bestie da macello coloro che sono psichiatricamente svantaggiati? Sarà, ma non mi pare che sia un tema all’ordine del giorno, non mi risulta che ci siano matti sottoposti a genocidio. E vivaddio!, aggiungo.

(Mi pare di ricordare che questi luoghi si chiamano manicomi ed è un po’ da capire questo segreto intento. Parliamone.)

Ci stai suggerendo, caro Max Porter, che c’è un problema (che in realtà non c’è) e che c’è una soluzione che non ha alcuna necessità di esistere dato che il problema di cui è soluzione non esiste?

Il che mi fa tornare sulla deduzione di cui ho già fatto cenno: ma questo benedetto Shy è folle, nel senso psichiatrico, oppure è il classico giovine letterario in crisi da traslazione adolescenziale della quale si racconta il travaglio?

La domanda è destinata a rimanere senza risposta.

E dunque cosa ce ne facciamo di questo libro?

Sono caparbio e cerco qualcos’altro.

Diciamo che è una sceneggiatura per una graphic novel, per un fumetto. Un bravo disegnatore di fumetti, e ce ne sono veramente tanti, saprebbe tradurre in immagini questi frammenti di romanzo, questo racconto, questo fantasioso articolo di giornale. E magari, grazie al suo sapiente uso di chine e matite, potremmo vivere una parabola che nelle mere parole di Max Porter non ci dice assolutamente nulla e che invece, auspicabilmente, nelle tavole di un bravo disegnatore potrebbe darci un godimento artistico. Ecco, questa avrebbe potuto essere un’avventura per Max Porter il quale, anziché ammorbarci con un presunto romanzo con poco o nullo significato, avrebbe potuto contattare qualcuno dell’ambiente fumettistico e studiare una graphic novel d’impatto.

Non per nulla, le originalità tipografiche cui ho più volte fatto cenno, non contengono frasi particolarmente significative sicché il senso del loro utilizzo è solo ed esclusivamente visivo: si vuole colpire l’occhio del lettore, l’iride, il nervo ottico e null’altro. Sarebbe stato molto più efficace un’immagine di un bravo disegnatore di fumetti.

D’altra parte Max Porter, in una simile eventualità, avrebbe dovuto spiegare al disegnatore, con dovizia di particolari, i mood, gli stati d’animo, le sue intenzioni come invece non ha fatto nel libro. Sarebbe stato in grado di farlo?

Anche questa domanda rimarrà senza risposta.

Scavando nella insensatezza di questo libro, ché questo il lettore l’avrà ormai capito, no?, non mi rimane altro che ospitare con un gran sospiro di delusione una considerazione che vaga indesiderata tra le pareti del mio cranio: non avrà forse, Max Porter, scritto questo libro in ossequio al discorso tanto di moda della “salute mentale”?

Ho letto da qualche parte (mi piacerebbe essere più preciso ma una buona ricerca su Google che non ho voglia di fare dovrebbe dare qualche buon risultato al proposito) un annetto fa che un sondaggio ha rilevato che il 79% dei giovani americani della cosiddetta generazione Z si trova in sintonia con l’affermazione “i problemi di salute mentale sono una parte importante della mia identità”.

Cioè, siccome se ne parla, se ne scrive, se ne canta, attori, sportivi, gente di spettacolo, influencer fanno “coming out” al proposito: il discorso della “salute mentale” è diventato di moda. Come ogni moda l’argomento è trattato in modo osceno da chiunque. Non mi ci addentro ma faccio sommessamente notare che c’è differenza tra sanità mentale e salute mentale, e che banalizzare l’argomento per moda e per interesse (soprattutto per interesse!) è pericolosissimo, come dimostra l’insensatamente abnorme percentuale di ragazzi che ha risposto al sondaggio di cui sopra. Com’è noto gli adolescenti (e sorvolo sul fatto che ormai l’adolescenza si protrae sino ai 40 anni) sono più proni e più suscettibili alle mode (perché, tra le altre cose, non le riconoscono come tali) sicché gli interessati alla diffusione dell’argomento (lascio immaginare di chi si tratti e non lo specifico – e non mi si dica che business is business perché anche la droga e il sicariato allora sono un business) non hanno perso l’occasione per diffonderlo a più non posso, con il doloso utilizzo di testimonial influenti proprio su quella generazione. Questa combinazione di naturale ingenuità e criminale mancanza di scrupoli genera il diabolico effetto di generare in questa generazione (il 79%! Santo cielo! Che poi forse era il 73% ma poco cambia) la convinzione di essere affetti da problemi che in realtà non hanno.

(Perché vi svelo un segreto, cari giovini che siete all’ascolto: ogni tanto e forse anche spesso vi capiterà di sbattere il naso contro un problema. E questo capiterà al 100% di voi, non al 42% o al 73% o al 79%. La tizia che vi piace vi sbatterà la porta in faccia, il tizio cui anelate non vi degnerà di uno sguardo, vi capiterà di prendere un brutto voto a scuola, vi capiterà di non avere i soldi per questa o quell’altra cosa, scoprirete di non essere Michael Jordan o Lionel Messi, litigherete con qualcuno, vi capiterà che non riconosceranno i vostri meriti o che esagereranno i vostri demeriti e così via. È la vita e viverla significa anche saper affrontare questi e altri problemi. E se vi sembrerà che questi problemi che incontrate siano insormontabili è solo perché non li avete mai affrontati prima: è questo che comporta l’essere giovani e vivi. Alle volte vi capiterà di affrontarli giovandovi dei saggi consigli del babbo/mamma/zio/nonno/amico-grande/insegnante/allenatore mentre volte dovrete affrontarli da soli. Talvolta perderete, sappiatelo. Non è un problema: crescerete. E in tutto questo è bene che sappiate che la “salute mentale” non c’entra un cazzo. Lo ripeto: è la vita. Per quanto mi riguarda, il saggio consiglio che posso dare è di leggere libri. Leggetene quanti più potete perché in essi troverete le storie che fanno l’esperienza per procura che vi manca, allargherete l’orizzonte della vostra conoscenza, della vostra prospettiva, delle vostre sensazioni. Potrete dare un nome ai sentimenti, agli eventi, ai fatti. Vi gioverete di secoli di esperienze messe lì, su carta, che non potrete mai avere, da soli. Mica male, no? E perché è saggio questo consiglio? Perché, molto banalmente, se è vero che non sempre nei libri si trova la risposta è sicuro che senza di essi non la troverete mai)

(ah, giusto per non tralasciare nulla – è molto più utile leggere Delitto e Castigo, I promessi sposi, la divina commedia, Shakespeare, Seneca, Voltaire, Umberto Eco o quel che volete (magari fuori dalle mura scolastiche così ve li godete di più) che andare da “uno bravo”)

(un’ultima cosa: tutti i libri sono buoni TRANNE quelli che parlano di “salute mentale”, di psicologia spicciola da bar, di auto-aiuto, di crescita personale e di tutta la fuffa di quel tipo. Sia ben chiaro)

Naturalmente, i senza scrupoli di cui sopra non si arrabatterebbero così tanto se oltre a creare il problema non avessero già pronta la soluzione. Ma se si tratta di uno snack o di un maglione questo meccanismo modaiolo fa tutto sommato pochi danni quando si parla di “salute mentale”, che non a caso viene distinta dalla “sanità mentale”, come detto poc’anzi, il danno che si crea è enorme.

Di converso, questo marasma rischia di compromettere la possibilità di aiutare chi, invece, problemi seri ne ha davvero.

Questa tendenza di creare problemi sociali che non esistono con il fine di venderne la soluzione (sia in senso stretto che in senso politico, beninteso) rischia di portarmi lontano quindi mi fermo qui.

Dunque, fatto il pippone, torno al menu principale e suggerisco che può essere che questo volume di Max Porter sia la classica strizzatina d’occhio all’argomento modaiolo che ho cercato di tratteggiare.

Così fosse, direi che ci ha preso assai, il nostro. Infatti, c’è qui un signor nessuno come il sottoscritto, che in altra nazione ha comprato il suo libro e l’ha pure letto. Bene, bravo, bis.

Tra l’altro ciò spiegherebbe anche il perché suona così vuoto, così poco concreto, così poco scarno di contenuti effettivi, così poco chiaro, così volatile e così via. Del resto, poiché l’argomento in questione è totalmente vuoto allora anche il cercare di scriverne in un romanzo risulterebbe altrettanto vuoto, no? Ecco perché il dolore che vorrebbe suppostamente emergere da queste pagine è così, senza pretese.

Ma anche questo dubbio rimarrà senza risposta.

O forse no. Perché stando allo strillone di carta che avvolge il libro quando lo compri, la cosiddetta “fascetta”, c’è un “imminente film Netflix con Cillian Murphy” che ci farà scoprire qualcosa in più.

Ma guardo un po’ il caso!

Ad maiora.

LETTURE: Locus Desperatus di Michele Mari

Forse è il clima un po’ pazzerello della primavera che mi fa capitare tra le mani romanzi (o presunti tali – vedi la mia non recensione del libro di Giulio Mozzi) surreali. È il caso di questo Locus Desperatus di Michele Mari che è appena uscito per i tipi di Einaudi e che fa della sua surreale cifra stilistica il perno attorno al quale gira tutto il suo impianto narrativo.

È la prima volta che leggo un romanzo di Michele Mari e come prima volta devo tutto sommato ammettere che non è male. Tuttavia, è bene fare tutti i dovuti distinguo affinché si possa capire qualcosa di questo sommario giudizio.

Anche in questo caso avverto il lettore che nelle righe sottostanti può (forse) trovare l’odiato spoiler di prammatica. Va tuttavia sottolineato che il libro si può comodamente leggere anche conoscendone la trama.

Cominciamo dal titolo che richiama un’espressione del mondo della filologia che indica quei passi di un testo la cui inintelligibilità è tale da far gettare la spugna al più capace e volenteroso dei curatori. In particolare, pare che in casi di questa natura i filologi segnalassero il locus desperatus con una croce. Ammetto in tutta sincerità che tale espressione non mi era nota. Non che il sottoscritto abbia mai avuto alcuna ambizione nel campo della filologia ma è sempre bello imparare qualcosa di nuovo che spinga l’orizzonte dell’ignoranza un poco più in là.

Già di questo sono grato a Mari.

Se il titolo del libro presenta già un richiamo così importante, posto che il titolo l’abbia scelto l’autore e non qualche zelante editor che, nel caso, avrebbe comunque svolto egregiamente il suo mestiere, forse è perché offre una importante chiave di lettura per le intense pagine che lo compongono. Non sapevo, questo è vero, dell’esistenza di questa figura tecnica della filologia ma non mi sfugge affatto il suo portato semiotico. Se c’è una croce (che il Treccani ci insegna esser detta crux desperationis) in luogo di un testo va da sé che il portato analitico che comporta si ammanta di considerazioni succose alle quali, sia mai!, non mi sottraggo.

La croce è il locus desperatus, per l’appunto, simbolo dell’insuccesso del filologo ma è anche la stentata firma dell’analfabeta nonché l’incognita per eccellenza, quella x che nei compiti di matematica del liceo e dell’università ci fa impazzire e che in quanto tale, cioè in quanto incognita, non è nota.

Che c’entra questo con il romanzo?

C’entra.

La storia è quella di un tizio che fa delle sue cose il segno più consistente del suo plesso identitario. Nella finzione del romanzo il tratto psicologico è accentuato: l’ossessione quasi psicotica per le collezioni di oggetti che possiede (che sono di qualsiasi tipo: dai libri alle stampe a lampade di design fino a “centocinquattotto targhette cm 2.8×1.8 con numerazione discontinua da 19 a 391”) non è solo un tratto, pur caratterizzante, di smanioso possesso ma rappresentano la trama insolubile di tutti i suoi pensieri, di tutti suoi sentimenti, dei suoi piaceri e delle sue paure. In quanto tali, dunque, le sue collezioni non simboleggiano, in allegorica rappresentazione, ma sono il tizio in questione. Tale è tanta la biunivocità identitaria del tizio e delle sue cose che con esse, il tizio, ci parla e… loro gli rispondono!

La vicenda si apre con il protagonista che uscendo di casa intravede una grande X tracciata con il gesso sulla porta della sua abitazione. Scopre, poi, che tale X è il segno che permetterà a misteriosi esseri di individuare il suo appartamento e di sfrattarlo, per quanto in modo assai singolare. La spiegazione di come ciò avverrà gli è portata da uno di questi esseri che, incontrato in un bar, non vede l’ora di occupare la sua casa e cerca di spingerlo ad andarsene sua sponte. Gli racconta anche che tale curioso procedimento va avanti sin dalla notte dei tempi e che, se vuole, anche lui potrà far parte di questo rutilante ciclo di possesso e spossesso. Non mi addentro oltre perché, nonostante il disclaimer iniziale, non è il caso di spoilerare con troppo dettaglio lo srotolamento narrativo della trama che, benché non fondamentale per coglierne il significato, ha il pregio d spiegarsi in modo quasi febbrile con un riuscito intento ansiogeno che è assai apprezzabile e che quindi può esser goduto anche senza troppe riflessioni a corredo.

Quel che importa, in questa breve lettura, è far notare che la X compare sin da subito nel romanzo a segnare, ça va sans dire, il luogo che contiene tutte le sue cose. E, dunque, in accordo con l’impianto metaforico accennato poc’anzi, anche la sua stessa persona.

Di lì in avanti la vicenda è un susseguirsi di circostanze ed eventi che nel surreale immaginifico del romanzo, sostrato imprescindibile oltre che cifra stilistica, rappresenta una sorta di discesa all’inferno del protagonista dapprima incapace di raccapezzarsi nelle assurde minacce che lo perseguitano ma poi assai determinato nel combatterle con le loro stesse, per quanto surreali, armi.

Il richiamo più immediato è, mi par ovvio, il Gogol del Il naso. Si tratta, infatti, di una vicenda che non ha una spiegazione razionale. Non viene spiegato, ad esempio, da dove vengono questi misteriosi esseri la cui aura demoniaca è tratteggiata con dovizia di dotte citazioni e anche con un poco velato, ma non per questo più rassicurante, sarcasmo. Oppure non viene spiegato, come farebbe una trama fantascientifica, il senso straniante di due universi paralleli che si incrociano nella circostanza per la quale compaiono due fotografie della sua classe del liceo che dovrebbero rappresentare lo stesso momento e invece raffigurano persone del tutto diverse. Men che meno viene spiegato come sia possibile il dialogo con le cose che lo circondano o con lo strano e informe essere che lo aiuta, in qualche modo, a difendersi dal misterioso sfratto. Non c’è nulla, in definitiva, che consenta una ri-costruzione razionale delle surreali vicende dipanate nel romanzo. Come nel racconto gogoliano il protagonista si ritrova invischiato nella vicenda e in qualche modo, attraverso varie peripezie, decide di giocare allo stesso gioco dei suoi misteriosi aguzzini, infischiandosene della assurdità del tutto, e mettendo infine mano alle armi che ha a disposizione per resistere al tentativo di sopruso cominciato da quella X, che ricompare inesorabilmente dopo ogni suo tentativo di cancellarla, segnata alla sua porta.

Il senso a prima vista un po’ imbronciato di questa X è tanto l’apposta firma analfabetica che segna al contempo il suo esserci, ché le sue cose sono la sua stessa essenza, quanto il rischio cui è sottoposto d’esser sfrattato dall’appartamento, cioè da se stesso. Il senso, in definitiva, è di segnare uno di quei momenti della vita in cui si rischia di perdersi, di smarrirsi, di lasciarsi abbandonare al caos. Poco importa per quale motivo, sembra dire proprio quella X, ma c’è, accade, succede.

Non sto a percorrere la trama che, come detto poc’anzi, può esser goduta anche in lettura superficiale se non per sottolineare che il finale è interlocutorio e ambiguo.

In un primo momento ne rimasi un poco deluso, avendo ipotizzato un qualche evento epifanico capace di portare un poco di luce in tutte le surreali vicende che vengono narrate nel romanzo. Tuttavia, un poco di riflessione mi ha spinto a riconsiderarlo nella sua sintetica, ma non per questo meno significativa, suggestione di lotta e resistenza contro l’assurgere della follia. L’ambiguità va ricercata nella lettura che si può dare di tutto il romanzo.

Si potrebbe leggere questo romanzo quale surreale strumento di critica ad una società che fa del possesso il tratto più caratterizzante del suo appartenervi. Si tratterebbe, cioè, di un’esasperazione letteraria del tipico individuo che forma la propria identità sociale, nel confronto sociale, in base alla titolarità potestativa sugli oggetti che possiede. Tuttavia, così fosse, ci si aspetterebbe molto più sarcasmo e molto più confronto unitamente ad una parallela esaltazione, non importa quanto surrettizia, di modi di vivere diversi. L’assenza soprattutto di quest’ultima mi fa propendere per lo scarto di questa interpretazione che può al massimo ambire a far da sfocato sfondo per quella che, invece, reputo più interessante.

Non mi sono volutamente precipitato a ricercare eventuali interviste dell’autore che presentando il libro ne suggerisse la chiave interpretativa. Magari lo farò, in futuro, per riservarmi un addendum a questa lettura. L’idea è di lasciare che le mie riflessioni siano del tutto indipendenti. Non è un quiz a premi questo.

In quest’ottica la lettura che più balza all’occhio è certamente quella di una esasperazione letteraria ma non tanto di un rapporto dell’individuo con la società, di cui all’autore pare importi poco, quanto dell’individuo tout court. Il plesso identitario, sembra dire Mari, è fatto anche e soprattutto da ciò che possiedi ove però il possesso è visto quale riflesso biunivoco della personalità. Così andando, non è il possesso della cosa ciò che rispecchia la personalità quanto, invece, la cosa stessa. La casa del protagonista è, anzi è, in quanto contenitore delle sue cose il protagonista stesso. Non è psicologia da bar, s’intende. Anzi, apprezzo molto il senso che traspare da queste pagine perché si pone in ortogonale contrapposizione contro il tipico psico-pagliaccio da social media o contro il, presunto, “life coach” che riempie i suoi post di “sii te stesso” “io sono me stesso” “mettiti in gioco” e via di seguito con aforismi utili solo a decorare la carta di un cioccolatino.

La questione è molto più complessa di così.

Non è raro, ad esempio, ritrovare nelle parole di chi ha subito un furto in casa lo smarrimento e lo spaesamento causati non tanto dal furto, in sé, degli oggetti che gli appartenevano quanto dal senso di violazione personale che il furto provoca. Le proprie cose sono a tutti gli effetti parte del sé. Se è così allora non sono oggetti inanimati ma animati. Nel romanzo gli oggetti parlano con il protagonista e agiscono insieme con il protagonista aiutandolo nella sua lotta contro l’invasione dell’assurdo. Alcuni lo tradiscono passando dalla parte del nemico mentre altri mantengono la dovuta fedeltà. I leali sono il suo esercito, per quanto surreale (dovrò trovare un sinonimo!) e assurdo, nella battaglia contro lo sprofondamento nella follia.

Nel dipanarsi del romanzo i libri del protagonista, anzi i suoi libri, subiscono l’attacco delle forze misteriose della follia dapprima confondendo le lettere delle parole, rendendole incomprensibili, e poi cancellandole, finendo per essere raccolte su raccolte di libri con pagine bianche. Parallelamente il protagonista del romanzo, di quei libri, scopre di dimenticarne prima alcuni dettagli e poi con progressione inquietante i nomi ivi presenti, i significati e infine le trame per intero. I libri sono la sua memoria e la sua memoria sono i suoi libri così che cancellandosi l’una si cancellano gli altri e viceversa. Se l’individuo si perde, quale che ne sia la ragione, si perdono anche le sue cose e viceversa.

Il locus desperatus è tanto l’inintelligibilità della propria individualità, quanto la trincea all’interno della quale ognuno si affonda per difendere la propria posizione. Il locus è desperatus non, in facile metafora, in quanto senza speranza ma perché impedisce agli altri di penetrare sino in fondo nella comprensione dell’individuo. È chiaro che non c’è alcunché né di positivo né di negativo in questa narrazione. Apprezzo molto da parte di Mari, il non aver caratterizzato giudizialmente il percorso del suo protagonista. Suppongo che, come sempre nell’opera letteraria, abbia “solo” cercato di porsi di fronte al lettore quale spunto di riflessione e aver cercato di farlo nel modo più piacevolmente artistico possibile. Mi vengono in mente antichi studi di psicologia cognitiva e le memory wars tra psicanalisti e neuroscienziati degli anni 90. In esse si dibatteva circa il ruolo della memoria nel complesso identitario. Se i seguaci di Freud ne caratterizzavano, in buona sostanza, il monolite intangibile formatosi nell’infanzia via via nascosto (in inconscia rimozione) dal vissuto ulteriore e tuttavia capace di influenzare carattere, orientamento e identità i neuroscienziati, invece, ne scoprivano empiricamente il carattere perennemente cangiante e plasmabile, persino fallace. La vittoria, se così si può dire, di questi ultimi è stata di portata tale da convincere persino il sistema giudiziario alla rinuncia della testimonianza oculare quale elemento probatorio inconfutabile. In questo contesto l’attaccamento alle cose del protagonista del romanzo di Mari è segno dell’alterità della memoria che necessita di un “gancio” esterno, di un simbolico attaccapanni a cui appendere i propri ricordi affinché rimangano in qualche modo fissati in uno schema facilmente raggiungibile. Non per caso, le tecniche mnemoniche sviluppate dai grandi umanisti rinascimentali fanno perlopiù riferimento alla capacità di far corrispondere il tratto da ricordare (perlopiù libri, e non a caso! ma il discorso rischia di deragliare dal binario e non approfondisco) ad un oggetto esterno: mazzi di carte, case di una via, palchi di un teatro e così via. Il tutto con lo scopo di agganciare una cosa ad un’altra più semplice in modo tale che ricordando quest’ultima si apre anche il ricordo dell’altra. Così, il protagonista di Mari, si attacca alle proprie cose, inconsapevole (o no?) simbolo che il proprio vissuto sia sprofondato, animandole, nelle cose che possiede.

Non so quanto Mari conosca di neuroscienze e di verifica empirica di ciò che chiamiamo memoria: se qualche aggancio ci fosse l’applaudo a scena aperta. Si potrebbe persino pensare che questa mia lettura possa essere confutata. C’è infatti, nel romanzo, un piccolo “gioco” che potrebbe rimandare alla psicanalisi anziché a psicologie cognitive o neuroscienze. In esso si parla di un comico scambio di urne funerarie e in particolare di quella della defunta madre del protagonista. Non scendo in dettagli (è molto divertente!) ma non posso nascondere che dietro quelle pagine si nasconda il dubbio di un gioco psicanalitico. Ma tant’è: non sto certo commentando un saggio scientifico! Mi piace però riferirmi ancora una volta all’episodio delle fotografie della classe del liceo che nella trentennale distanza che le separa dall’attualità lasciano trasparire il senso di spaesamento della memoria che si trova in difficoltà nel riconoscere quale ricordo vero l’una oppure l’altra. Già, qual è quella vera? Quella in cui i nomi li riconosco ma le facce no o l’altra, in cui avviene il processo inverso?

Bello!

Proseguendo in queste riflessioni mi riallaccia quanto accennato poc’anzi e cioè che è interessante rilevare che non c’è un giudizio in questa rappresentazione. Non c’è, cioè, un senso di positivo o di negativo che traspare da queste pagine.

Significativo, in questo senso, è il percorso inverso che fa un personaggio secondario che compare nel romanzo. Si tratta di un tale Procopio che all’inizio è tratteggiato quale un uomo fisicamente deforme, vestito di stracci e prostrato da fame, povertà e ludibrio. Poi nel corso del romanzo la sua gobba scompare, la schiena si raddrizza, gli stracci di cui era vestito lasciano il posto a capi firmati, ringiovanisce addirittura e diventa bello e ricco. Il percorso di Procopio è quello di colui che accetta le lusinghe dei misteriosi esseri che vogliono sfrattare il protagonista. Rappresenta in qualche modo la tentazione che lo spossesso mette davanti al protagonista del romanzo: puoi diventare bello e ricco, no? A Procopio è capitato! Michele Mari lascia libera interpretazione a questo surreale (datemi un sinonimo, santo cielo!) Dorian Gray. Non è né un personaggio positivo né negativo. Nuota nel mare delle possibilità, il Mari, e ce le mostra con questo personaggio. Mi spingo persino a sostenere che la categoria del positivo e quella del negativo non fanno parte della narrazione. Si parteggia, certo, per l’ansiosa lotta del protagonista ma nel farlo non ci scopriamo a giudicarlo positivamente o negativamente. E se avesse accettato le lusinghe dei demoni come ha fatto Procopio? Non sarebbe stato meglio? No, non ce le poniamo queste domande, quantomeno non nel senso di giungere ad un giudizio.

Parteggiamo per il protagonista solo nel banale ma fondamentale senso della solidarietà umana. Siamo con lui solidali. Percepiamo il suo spaesamento, lo facciamo nostro e infine comprendiamo la sua resistenza e quella dei suoi leali oggetti. Non sappiamo se la resistenza sia vana o utile, sensata o insensata. Non sappiamo nemmeno se avrà successo o meno.  Ma sappiamo che potrebbe capitare anche a noi e tanto basta.

Brilla, per la sua assenza, ogni riferimento al digitale del mondo d’oggi. Non è un caso, suppongo. E non solo perché la scelta stilistica che consegna la narrazione di questo Locus Desperatus, quantomeno tentativamente, ad una classe fuori dal tempo. Nel richiamo gogoliano che ho fatto poc’anzi si può leggere anche la scelta stilistica. Nulla vieta, nella ricchezza del vocabolario, nello spunto narratologico di un io narrante che sembra strappato a forza da un racconto ottocentesco, nel ricorso a dotti citazionismi e persino ad approfondimenti etimologici (in omaggio al titolo suppongo), di collocare il libro in uno scaffale di biblioteca assai polveroso. L’autore è attento a inserire alcuni richiami pop che alleggeriscono l’impalcatura professorale impedendone lo scarto di valore e dribblando con abilità il “mero esercizio di stile” che verrebbe immediatamente alla mente se ci si limitasse a leggere le prime pagine. La brevità del romanzo non ne pregiudica l’intensità della lettura (anzi: la favorisce) proprio perché questa scelta stilistica, condotta peraltro con mano ferma e vorrei persino dire “professionale”, costringe ad un’attenzione che in altri casi (ogni riferimento ai cosiddetti best-seller scritti con lo stampino è puramente casuale) è catturata solo dalla trama.

E tuttavia, ribadisco, non c’è alcuna traccia del digitale. Il digitale non è un oggetto a cui ti puoi “attaccare”, non possiede una propria materia da animare, né possiede una forma da plasmare. Il digitale (o virtuale se si vuole) è totalmente immateriale, by definition, quindi inerte al senso: suppongo che Mari non lo abbia incluso anche per questo motivo e non solo per lo sforzo di collocarsi al di fuori del tempo. Quale che sia la profondità metaforica che si sceglie di adottare per interpretare questo romanzo il digitale non riuscirebbe in alcun modo a rappresentarla. Che sia il semplice la-casa-è-la-persona-e-la-persona-è-la-casa oppure un richiamo ai mondi mnemotecnici del rinascimento oppure un ancora più complesso gioco di rispecchiamenti neuro-psicologici rimane il fatto che nessuno di essi avrebbe funzionato se l’autore avesse introdotto elementi digitali che riempiono la nostra quotidianità.

Questo suo collocarsi fuori dal tempo è forse il pregio più interessante cui rivolgere le proprie attenzioni letterarie qualora si decida di approcciarne la lettura. Stupefare il lettore attraverso l’utilizzo di stilemi manzoniani piuttosto che attraverso il ricorso a lemmi talmente desueti da faticare a trovarne il significato anche nei dizionari più completi è indubbiamente uno degli scopi del romanzo ma, almeno in questa mia lettura, non è un virtuosismo fine a se stesso bensì funzionale al tessuto (più o meno) metaforico dell’assurdo dramma che è messo in opera.

Dal punto di vista prettamente stilistico il primo nome che mi viene in mente è, per quanto ne risulti assai lontano sul piano tematico, Gesualdo Bufalino. Chi ha goduto della impegnativa prosa di Bufalino troverà in questo libro di Mari piacevoli affinità. Mentre lo leggevo mi veniva in mente anche Gadda, ove qualche affinità tematica, a differenza di Bufalino, può forse riscontrarsi. Ma paradossalmente la ricchezza di vocabolario è in Gadda meno funzionale alla trama di quanto non lo sia in questo di Mari il che crea una certa divergenza. Lo strumentario linguistico di Gadda ha altre funzioni, se così vogliamo dire. Dal punto di vista dell’impianto narratologico, della costruzione della trama e della struttura invece i nomi che balzano alla mente, oltre al già citato Gogol de Il naso, sono anche quei racconti fantastici che vanno sotto il nome di letteratura gotica o che da essa hanno tratto ispirazione: da Horace Walpole Mary Shelley, da Poe allo Stevenson di Jekyll e Hyde, o al già citato Dorian Gray di Oscar Wilde. A costoro Mari strizza l’occhio perché la linearità della sua narrazione, senza intercalare salti geo-cronologici, è funzionale all’intento un po’ febbrile e ansiogeno di cui ho già accennato.

Non è però tutto rose e fiori.

Ho notato, infatti, alcune di quelle che io penso siano lacune di omogeneità narrativa. Ad esempio, il personaggio che rappresenta il demone che vorrebbe sfrattare il protagonista dalla casa e impossessarsi delle sue cose ad un certo punto scompare e non ritorna più. Mentre rimane la sua minaccia, rappresentata dal continuo riapparire della X sulla porta e dal countdown numerico del finale. Forse sarebbe stato più funzionale vederlo ricomparire qua e là, come a mantener viva la minaccia non solo di ciò di cui si paventa l’accadere ma anche del chi lo farà accadere. Oppure l’interazione con la corpulenta ex compagna di scuola che, per quanto comica e funzionale al successivo episodio delle foto del liceo, non mi è parso sia stata tale da giustificare l’orrorifico (nel senso dello strizzamento d’occhio alla letteratura gotica) gioco dell’urna cineraria di cui si ode il sinistro bussare. Oppure, infine, il ruolo del personaggio amorfo, che metaforicamente ho interpretato quale una sorta di cosificazione del pensiero del protagonista non foss’altro che perché gli legge il pensiero in automatico (così come le sue cose sono la cosificazione della sua memoria e identità) che proprio per questo mi sarei aspettato avere un ruolo più attivo, sia pur nel surreale andamento della vicenda.

Del resto, su queste ultime note un poco critiche potrei anche sbagliarmi (a parte sulla scomparsa dalla narrazione del demone che rimarrà presumibilmente anche in future riletture), ma com’è evidente non si tratta comunque di qualcosa che possa dimidiare il valore generale del romanzo che rimane quindi un’ottima prova d’autore, interessantissima e che vale certamente la pena leggere.

Ad maiora.

NON RECENSIONE: LE RIPETIZIONI – Giulio Mozzi

Non so quanto senso abbia, visto quanto si troverà più sotto, avvertire il lettore che più sotto ci saranno anche degli “spoiler” ma lo faccio ugualmente per non attirarmi le ire di chi è incuriosito. Sappiatelo, dunque, che qui si spoilera alla grande.

Come forse l’inesistente lettore di questo blog già sa, non amo particolarmente la “recensione” libraria. Diversamente da prodotti d’uso, quali aspirapolveri, smartphone, automobili e così via, il libro non è passibile di esser recensito se non nella sua parte materiale. Una corretta recensione di un libro, a voler far gli spiritosi, andrebbe condotta analizzando il materiale di cui è composto, interrogandosi sulla qualità della carta, della impostazione della copertina, dell’impaginazione, la scelta del carattere di stampa e così via. Ben diverso è il contenuto del libro, ciò che vi è scritto. Sicché non ha molto senso al di fuori di quanto sopra. Tuttavia, il critico si è inventato questa disposizione articolistica in quanto utile a riempire le colonne di un giornale o di una rivista (o di un blog o di un post sui social, se è per questo) e per dare una giustificazione ad una quotidianità del suo lavoro che, auspicabilmente, possa anche contribuire al suo reddito.

Non ho nulla in contrario, per carità, a tale scelta: tutti dobbiamo mangiare e pagare il mutuo. Avrei però scelto un’altra categoria sotto la quale andare a misurare, secondo l’arbitrario metro di giudizio del critico, il valore del libro. Analisi? Riflessione? Impressione? Due-chiacchiere-su? Oppure, perché no?, lezione! Come quando la professoressa d’italiano spiegava l’Infinito di Leopardi o il capitolo sulla conversione dell’Innominato. Se il critico ha competenze tali da poterne ricavare una lezione why not? Penderei dalle sue labbra, anzi, dalla sua penna.

D’altra parte, ha senso recensire un quadro o una scultura? A meno di non dilungarsi sulla qualità della tela o dell’olio usato per i colori o del marmo utilizzato o degli utensili e così via e quant’altro di tecnicamente implicito nella realizzazione non mi pare abbia molto senso. Della Gioconda di Leonardo o del Mosè di Michelangelo non si leggono “recensioni” ma racconti, storie, analisi.

Dunque ha senso “recensire” un libro?

Si potrebbe pensare che se il libro in questione fosse un saggio già la parola “recensione” potrebbe avere una minima sensatezza nella misura in cui, analizzandone il contenuto in relazione agli scopi del saggio, si possano o meno rilevare la coerenza, la completezza, la profondità, il target (divulgazione/universitario/esperti/ecc.) e quant’altro possa dare indicazioni per chi intende acquistare il saggio avendo in mente determinati obiettivi. Ritengo vi sia differenza tra voler imparare, voler sapere, voler studiare e così via. In funzione di tali obeittivi il saggio sarà più o meno rispondente alle necessità dell’acquirente. Ma non approfondisco oltre e lascio ad altri post il ragionamento.

Ora, detto quanto sopra, non mi nascondo dietro a un dito e non posso non ammettere che molte recensioni che si trovano, sia sulla carta stampata che sul web, non siano recensioni “spiritose” ma sono letture che vanno nella corretta direzione che surrettiziamente suggerivo più sopra. Solo che, per dirla prosaicamente, è invalso nell’uso chiamarle, per l’appunto “recensione”, per poterne consentire una miglior ricerca su Google. Se sto cercando impressioni del libro che ho già letto sarà più facile trovarne con la parola chiave “recensione” seguita dal titolo che non cercando il mero titolo del libro (che finirebbe per esser banale rimando ai siti che lo vendono).

Si tratterà perlopiù di impressioni personali, embrionali analisi, banali espressioni di gusto: il libro X mi è piaciuto e quello Y non mi è piaciuto. Nulla di male. Va tutto benissimo. Anzi, spesso sono utili proprio perché consentono di mettere a confronto opinioni e impressioni, e in alcuni casi anche vere e proprie analisi.

È dunque con questo spirito, quello di una non-recensione per l’appunto, che mi accingo a scrivere quanto segue rispetto al libro che compare nel titolo di questo post.

In pratica, in due parole, in una sintetica locuzione, in uno schiocco di dita, in un fugace ma significativo accenno, questo libro, ebbene…

… è pietoso!

Ed è un peccato perché avevo molte aspettative quando mi sono accinto alla lettura.

Di Mozzi avevo già letto una raccolta di racconti, ormai tanti anni fa, e il cui ricordo, per quanto ampiamente annebbiato, è di segno positivo. Mi fu consigliato da una persona di cui avevo ampia stima e certamente il consiglio fu ben posto. Anche le sue successive uscite (che però, è bene precisarlo, io non ho letto) sono raccolte di racconti, frammiste ad altra pubblicistica di vario tipo, teatro e quant’altro. Mi è capitato anche di leggere qualche suo post sui social di cui ricordo sagacia e brillantezza. Non ha mai, però, pubblicato un romanzo sicché questo, Le ripetizioni, è evidentemente la sua prima prova in tal senso..

Tutto ciò ha creato quell’aspettativa di cui poc’anzi accennavo: non so quanto e come ma sicuramente sarà interessante, mi dicevo.

Manco a farlo apposta la lettura, e conseguentemente il libro, comincia benissimo, aumentando ancora di più le aspettative che già avevo.

L’inizio, infatti, è scoppiettante (in senso squisitamente letterario) con il protagonista che associa al profumo della pianta del bosso, incontrata in magistrale racconto nientemeno che nel giardino di Boboli a Firenze, lontani ricordi legati ad un paese del Friuli in cui aveva trascorso le vacanze negli anni della sua infanzia. Il suo ricordo ineriva alle passeggiate verso la chiesa del paesello, ai giochi, alle corse e rincorse da bambino, alle messe e ai preti: era infatti un giardino di una chiesa in cui lui, da bambino, andava spesso con il fratello. In più, nel meccanismo reso classico dalla madeleine proustiana, tutta l’infanzia si apre al suo sguardo mnestico, odorando il bosso vecchi parenti, arredi, libri (libri che torneranno, ça va sans dire data la professione del protagonista e dell’autore, parecchie volte nel seguito del romanzo) prendono vita in un rutilante bailamme di vividi ricordi che lo impressionano e lo turbano al tempo stesso. Sennonché, una volta recatosi appositamente in quel paesello friulano per toccar con mano il ricordo d’infanzia il protagonista scopre che del bosso che tanta rievocazione gli ha riportato alla mente non c’è alcuna traccia. Peggio ancora! A precisa richiesta il vecchio sagrestano o comunque un personaggio che cura quel giardino da decenni gli dice che lì di bosso non ce n’è mai stato! Sorpreso, si guarda intorno, e continua a non vederne. Chiama il fratello e gli chiede se si ricorda ma no! Anche lui gli conferma di non aver alcuna memoria di bosso in quei giardini del paesello.

Wow! Che inizio! Il meccanismo proustiano si attiva ma anziché partire da un vero ricordo parte da uno falso, quello del bosso. Oppure, se si preferisce, vero è il ricordo ma falso è il trigger che lo innesca il che porterebbe alla domanda sul come e il perché un falso interruttore possa comunque accendere la luce nella stanza. L’incipit è senza alcun dubbio assai notevole!

Figuratevi! Sobbalzo, alla realizzazione che questo raccontare sta stravolgendo il tòpos proustiano e non vedo l’ora di proseguire immaginandomi chissà quali idee che possano scaturire dal romanzo dopo questo popò di esordio.

Nel capitolo successivo la scena cambia repentinamente. Con il protagonista che ricorda una gita scolastica ai tempi del liceo alla biennale di Venezia del 1972 e in particolare di una installazione/happening di un artista che mise in mezzo alla sala uno di quei baracchini che fanno le fototessere invitando tutti i visitatori ad usufruirne per poi, infine, mettere in fila tutte le fototessere quali segno (sema, σῆμα) del qui-ed-ora. L’installazione in questione non è una invenzione letteraria ma è davvero esistita (Esposizione in tempo reale n. 4, di Franco Vaccari) e l’autore suppongo giochi sulla eventualità che lui stesso e non solo il protagonista del romanzo (tale Mario) abbia partecipato, da giovane, a tale installazione/happening. Quanto a questa, l’idea suppongo sia quella di rendere l’opera d’arte un momento di elaborazione collettiva in grado, in qualche misura, di spersonalizzare l’intervento dell’artista lasciando che l’opera, in qualche modo, si faccia da sé. Mi pare qualcosa di affine al situazionismo (Debord & C.) la qual cosa ci tornerà utile alla fine di questo scritto. Il punto è che anche questo capitolo presenta uno spunto assai interessante in quanto il protagonista ricorda (e non ricorda) che nelle quattro fototessere che si è fatto quel giorno comparve a mo’ di photobombing anche una ragazza che più tardi diventerà sua compagna e (forse) madre di sua figlia. Anche qui il protagonista è roso dalla eventualità che il ricordo sia falso o vero e arriva persino a far visita allo studio dell’artista, Franco Vaccari, a Modena ove si svolge una conversazione un poco surreale mentre i due cercano la fotografia “incriminata”.

L’ultima cosa interessante del romanzo è che entrambi questi eventi, e gli altri in cui si svolge il romanzo, sono cronologicamente ambientati il 17 Giugno, data di compleanno tanto del protagonista quanto dell’autore. L’escamotage consente di dribblare la cronologia della trama e di farne una sorta di parallelismo ipotetico, come di una possibilità di vita che ogni volta è quella narrata in quel momento del romanzo e al tempo stesso anche quella narrata in un altro momento. Chiaramente non è possibile che Mario il 17 Giugno possa al contempo essere nel giardino di Boboli a Firenze oppure in treno da Padova a Roma oppure in un bar a parlare con la sua ex compagna oppure nello studio dell’artista a Modena oppure nello studio del GAS a Padova e così via. Eppure, a meno di non pensare che quel 17 Giugno sia di anni diversi (e in alcuni casi è plausibile), sono tutte narrazioni ove evento ed eventualità sono il segno di ricordi veri e ricordi falsi che si intrecciano nella loro possibilità. L’operazione narrativa, in questo caso, risveglia un interesse per uno sperimentalismo alquanto apprezzabile.

Probabilmente anche la scelta di strutturare la trama del romanzo secondo capitoli intrecciati ricalca questa idea di evento/eventualità, l’eventuale vissuto potremmo dire, poiché le singole storie (o il loro ricordo, vero o falso che sia) si dipanano per quanto possibile l’una in mezzo all’altra. Ogni capitolo si intitola La storia di ___ seguito da un numero. I numeri non sono in successione il che potrebbe consentire di gestire una lettura del romanzo in vari modi seguendo il consueto svolgimento da pagina 1 a pagina finale o tutti i capitoli in ordine della loro Storia di e relativa numerazione. Ad esempio, potrei leggere tutti i capitoli La storia del GAS e leggerli per conto loro seguendo, ricostruendola, la numerazione.

Interessante, nevvero?

Sfortunatamente, l’interesse così abilmente suscitato finisce qui.

Già il racconto dell’incontro con Franco Vaccari di cui poc’anzi ho mostrato gli aspetti, secondo me, interessanti, si trascina con una certa pesantezza e improbabilità. La scelta di far parlare un personaggio reale all’interno di un romanzo, in questo caso ancora vivente e nella sua fase della vita che corrisponderebbe all’attualità, è già discutibile di per sé. Magari l’autore ha davvero conversato con Franco Vaccari e quanto riportato nel romanzo è una riproposizione letteraria di questa sua conversazione – non lo so ma anche se fosse il grado di improbabilità che ammanta quel dialogo sfida assai la sospensione dell’incredulità che un lettore deve necessariamente porre in essere per seguire la vicenda.

Da lì in avanti, le storie che riguardano Bianca, Viola, il GAS (Grande Artista Sconosciuto), Agnese, Santiago e le altre (tra le quali un incomprensibile inserimento della storia del Generale Cadorna) si trascinano in modo stanco e irrisolto, senza un filo realmente intelligibile. Il tono è sempre inesorabile, il registro stilistico si riempie di un implacabile fatalismo intriso di una disperazione totalmente sconnessa dalla ambiguità del vero e del falso che era stata preparata così abilmente nelle prime pagine.

La sfida alla sospensione dell’incredulità è completamente persa, purtroppo. L’avvicendarsi delle diverse linee narrative, infatti, cade miserevolmente di fronte alla loro inverosimiglianza e/o all’inverosimiglianza dei tentativi dell’autore di inserirvi a forza i collegamenti. Non è credibile la sua storia con Viola e ancora meno è credibile la storia di Viola stessa, che precipita senza alcun motivo in un vortice di disperazione sessuale dei cui dettagli, peraltro, faremmo volentieri a meno. Non è credibile il crollo di Bianca (nel senso che si racconta che ad un certo punto si è manifestato – ci si aspetterebbe un racconto dei suoi primi segni, della sua evoluzione e quant’altro ma nel libro non c’è nulla di tutto ciò) e la successione dei fugaci incontri che ha con il protagonista nel corso degli anni. Non è credibile la storia di abiezione con Santiago, totalmente slegata dalla bozza di personalità del protagonista. Anche in questo caso il filo logico-narrativo sfugge totalmente di mano all’autore che tenta, forse consapevole di questa sconnessione, di forzare le minimali riflessioni del protagonista in quei frangenti, o in quelli in cui viene richiamata, in un malriuscito tentativo di rilancio sulle altre vicende. Sfilacciato è anche il narratore: alle volte sembra essere qualcuno che ha sentito il protagonista parlare di queste vicende in un bar, altre volte sembra il protagonista che parla di sé in terza persona, altre volte non c’è e così via. In-credibile è la lettera di Agnese (alla fine) che non è in nulla conseguente alla narrazione precedente – le grandi linee ivi narrate che dovrebbero fungere da collegamento sono talmente deboli da far persino sorridere per l’ingenuità con la quale sono proposte.

Vi sono anche alcune Storie di______ totalmente slegate dal resto dell’impianto narrativo. Tra esse una curiosa che riguarda il residuo del vissuto del Generale Cadorna, una con un fantomatico Capufficio, quella del Terrorista Internazionale o quella del martellatore di non ricordo cosa che è più che altro uno spunto per parlare dei genitori afflitti dai malori della vecchiaia. Quest’ultima Storia di___ riguardante i genitori è forse l’unica storia in qualche modo risolta, dal punto di vista narrativo e per quanto breve, dell’intero libro. In essa, infatti, con pochi ed efficaci tratti l’autore ci accompagna in momenti di ordinaria quotidianità in un ambito di insorgenza della demenza senile che ci commuovono non poco.

C’è poi una scelta di Mozzi che non credo sarò l’unico a biasimare. Particolare disgusto, infatti, si prova nella lettura delle storie di Santiago e di Viola. La prima è intrisa di un’abiezione sessuale insostenibile e la seconda è insulsamente attaccata al vortice di disperazione sessuale in cui, chissà perché (davvero non si capisce! gli abbozzi di spiegazione presenti nel libro sono ampiamente forzati) casca la tizia in questione. Il disgusto – di cui si potrebbe pensare sia il vero intento dell’autore: provocarlo, per l’appunto – non è disgusto per i protagonisti delle scene estremamente crude che sono descritte ma per la scrittura in quanto tale nonché per l’autore del romanzo che sottopone al suo lettore senza imbarazzo alcuno, almeno in apparenza, questo vano virtuosismo. Non è lo stesso disgusto che si prova, ad esempio, nella lettura delle più orride scene di un American Psycho, tanto per fare un esempio, giacché in quel caso l’orripilante abiezione che fuoriesce plasticamente da molte sue pagine genera un ribrezzo che il lettore imputa esclusivamente al protagonista, l’eroe negativo Patrick Bateman, e non certo allo scrittore come invece avviene nel caso di Mozzi. In quello l’abiezione è inframezzata alla studiata ridicolizzazione della classe di yuppies newyorkesi mentre in questo essa è totalmente decontestualizzata e spaesata finendo per essere, quindi, un esercizio di stile fine a se stesso, disfunzionale all’impianto narrativo quindi, in definitiva, puramente gratuito. Tali scene non assurgono nemmeno al ruolo di pornografia giacché almeno, in questa, il gioco linguistico instaurato con il lettore o lo spettatore è meramente basato sull’eccitazione provata per riflesso e/o per una sorta di fisiologica empatia sessuale. Non arriva a tanto, purtroppo, il Mozzi di queste pagine che degradano un romanzo (o presunto tale) già ampiamente scadente nel suo vago impianto narrativo. Dunque, se non c’è pruderie o eccitazione di riflesso, se non c’è un collegamento coerente oppure nemmeno il mero scandalo mi chiedo che senso abbia avuto dilungarvisi così a lungo.

Ci ho provato, eccome se ci ho provato, a trarre qualche riflessione da questo romanzo. Ho provato l’accostamento al già citato American Psycho ma non è riuscito. Ho provato a traslare il senso di irrisolto che pervade il libro in alcuni classici della modernità, come (forse in questo suggestionato dalla citazione conclusiva della postfazione di Walter Siti) Il Castello di Kafka ove apparentemente la surreale vicenda di K e dei suoi tentativi di farsi accettare nel Castello possono da lontano richiamare la sconclusionata, farraginosa e disordinata vicenda del Mario protagonista del romanzo di Mozzi. Tuttavia, mentre K vede frustrati i suoi tentativi di fare qualcosa nel Castello che lo fagocita e al contempo lo respinge, il Mario di Mozzi non si presta ad essere personaggio a tutto tondo, perché nel suo essere narrativamente sfibrato e inconsistente non si presta minimamente alla frustrazione disperata che, apparentemente, potrebbe essergli imputata dalla realizzazione del falso trigger e del falso ricordo che aleggia nell’impianto generale del romanzo. Ho provato l’accostamento ad altre figure irrisolte come il Gabriel del racconto I Morti di Joyce che scopre, infine, d’esser un fallito anche nell’unica cosa che riteneva solida, il suo matrimonio. Ma non c’è nulla in Mario, o negli altri personaggi del romanzo di Mozzi, che richiami il fallimento: il massimo che gli si può concedere è un fallimento pregiudiziale, per così dire, nella mente dello scrittore stesso che non li ritiene degni nemmeno d’essere iscritti allo svolgimento di un’impresa destinata, per l’appunto, al fallimento. O gli strampalati protagonisti dei racconti e dei romanzi di Bukowsky, o come diavolo si scrive, che sono così stritolati e stremati da una tristezza così profonda che nemmeno il ben noto pessimismo cosmico leopardiano può reggerne il confronto da lasciarsi impelagare in vicende surreali senza preoccupazione alcuna. Ebbene nemmeno in questo accostamento è possibile rintracciare alcunché perché la tristezza di Mario e dei suoi eventuali vissuti non è un lasciarsi andare alla corrente – alle volte sceglie altre no e nulla è spiegato o giustificato. In Pulp, ad esempio, il protagonista viene ingaggiato e conseguentemente si impegna, per quanto in modo sconclusionato, per portare a casa un risultato – il lettore parteggia per lui anche se ride di lui e nel suo essere irrisolto trova lo stesso residuale conforto che si prova vedendo il clown che guarda un fiore finto, credendolo vero, dal quale parte lo spruzzo d’acqua che lo colpisce in un occhio. Niente di tutto questo in Mozzi. Per un po’ ho accarezzato l’idea di un vago accostamento a certi personaggi pirandelliani. Nella celebre novella La carriola, l’avvocato e notabile protagonista fa sfociare le proprie tetre riflessioni sulla vita fatte durante un viaggio in treno (anche Mario viaggia spesso in treno e forse da lì il mio tentativo di accostamento) nella infine pratica decisione dello sfogo irrazionale del prendere la propria cagnolina per le zampe posteriori e portarla a spasso per l’ufficio come una carriola. Questo, naturalmente, dopo essersi chiuso a chiave nell’ufficio in modo che nessuno possa coglierlo in questo gioco surreale e possa dubitare della sua sanità mentale. In Mario la surrealtà dell’eventualità del vissuto scatenate dal falso trigger dell’inizio non è mai consequenziale e per quanto la folle depravazione della storia di Santiago, ad esempio, nella sua separatezza possa in qualche modo rappresentare un lontano rimando di qualche personaggio pirandelliano non si ha mai davvero l’impressione di vederne uno studiato richiamo metaforico a qualcosa, ad una qualsiasi cosa, tanto è vuoto del prosaico “spessore narrativo” che richiederebbe questo come qualsiasi altro accostamento.

In definitiva, in questo romanzo non c’è alcuna decisione, per quanto assurda come nella novella pirandelliana. Non c’è alcun intendimento frustrato, come nel Castello di Kafka. Non ci sono tristi abbandoni al caos, come in Bukovski. Non c’è nulla di nulla.

Il che potrebbe essere il fine di Mozzi, ad ogni buon conto.

E se non avessi capito nulla?

Sarebbe interessante, infatti, scoprire che il farraginoso impianto narrativo è in realtà prono alla più potente metafora di qualcosa o scoprire che l’inconsistenza del protagonista è la sua cifra più propriamente letteraria o che, infine, gli episodi così apparentemente scollati tra loro e financo corpi estranei al romanzo (come la storia del generale Cadorna) sono in realtà sottili rimandi e sagaci rispecchiamenti di un più profondo strato semantico che mi è completamente sfuggito.

L’enigma irrisolto è pur sempre un enigma: vedi gli indizi, li contempli, ne scorri le finiture e i bordi cercando di accostarli senza riuscirci ma sai che quella chiave che ti manca è lì, da qualche parte e che è solo questione di tempo e di applicazione per scovarla e giungere alla soluzione. Ecco, se il romanzo di Mozzi fosse questo ne sarei felice: mostratemi la chiave per risolverne l’enigma e salterò di gioia.

Posso, però, permettermi di dubitarne? Già, perché se il sintetico “pietoso” con cui ho liquidato il romanzo ha un senso è per quest’ultima considerazione che vado a proporre e che mi fa dubitare, per l’appunto, che vi sia una chiave di lettura celata alla mia vista.

La sgradevole, sgradevolissima!, impressione, anche al netto di ogni concessione d’ignoranza e di incapacità di comprendere, che viene leggendolo è che questo libro sia un raffazzonato collage di racconti di cui il nostro non è mai riuscito a trovare la soluzione narrativa.

Irrisolto è ogni racconto di questa raccolta (ops!), persino quello iniziale sul bosso di cui ho ben parlato all’inizio di questo sproloquio (che tale lo riterrà l’autore se mai lo leggerà o, ancor peggio, un qualche suo fan, ché oggi un fan non si nega a nessuno, che interpreta ogni cosa del suo idolo alla stregua di un dettato dalla cima del Sinai) ma che a ben guardare non va oltre il pur interessante rovesciamento del meccanismo della madeleine proustiana senza trarre alcuna conclusione.

Sgradevolissima, lo ripeto, è questa impressione che scartabellando tra le sue carte o tra i file del suo PC l’autore abbia pensato di prendere queste pagine e cercato di creare un qualche tessuto connettivo tra di esse, magari giocando con il 17 Giugno e i vissuti ipotetici e qualche vago rimando tra l’una e l’altra linea, giusto per poter sostenere che fossero tutti capitoli di un’unica entità, capitoli di un romanzo che viene presentato, classificato e infine spacciato per tale. Lo stesso Mozzi, nelle note, ci dice che avrebbe lavorato a questo romanzo sin dal 1998. Santo cielo! Nemmeno Manzoni ci ha impiegato così tanto con i suoi Promessi Sposi! Ma davvero dobbiamo crederci?

Sgradevolissima impressione, sia mai!, forse falsa come il bosso trigger dell’incipit ma che, guarda caso, spinge Walter Siti, nella sua postfazione, a precisare un po’ affannosamente e con evidente imbarazzo che Le ripetizioni, cito, “è a pieno titolo un romanzo”, casomai sorgesse il dubbio!

Ecco il pietoso del mio sintetico giudizio che si manifesta. È pietoso perché chiede pietà al lettore, pietà per aver spacciato una raccolta di racconti artificiosamente connessi tra loro per un romanzo. È pietoso perché suggerisce ciò che non c’è. È una presa per i fondelli, un trollaggio da spiritosone di twitter, un imbroglio situazionista di livello zero e anche così è dar troppo credito giacché si fregerebbe della dignità non già di (non)romanzo ma dell’operazione di spaccio che rappresenta.

Di tutto ciò si trova traccia, mi sia concessa infine questa chiave di lettura, nei tre passi che fanno da finale al libro (ove per “libro” intendo naturalmente l’oggetto che ho in mano in questo momento, non certo il sinonimo di “romanzo” dell’accezione colloquiale). Il primo è il capitolo intitolato la lettera, verso la fine del libro, il quale se letto nell’economia narrativa del romanzo è l’ennesimo corpo estraneo, che si legge con lo stesso spasmodico e disperato desiderio di espellere un calcolo mentre si è afflitti da una tremenda colica renale, ma che letto nell’ottica dell’imbroglio situazionista di cui sopra assume inaspettatamente il valore di vera e propria richiesta di perdono. No, non il perdono liberatorio che emerge dalla lettera della lettera (fatemi giocare un po’ con le parole, suvvia!), non quella obbrobriosa e disgraziata affrancatura che l’ipotetica figlia, negletta preterintenzionalmente dal padre e per stretta conseguenza (toh! Una consequenzialità!) preda della sua stessa (ma rovesciata) turpitudine incestuosa che il padre (in quel caso senza alcuna speranza di non esserlo) aveva provato alla vista della sua foto ignuda, porge oscenamente al suo sguardo, non quella arrogante indulgenza che rovescia il tipico distacco padre-figlia ove è la figlia a lasciare andare il padre e non il (naturale?) viceversa, liberandolo, per l’appunto, dalla abiezione in cui l’aveva precipitata. No. Nulla di tutto ciò. È proprio lui, Mozzi, l’autore, che si nasconde dietro questo narrativamente improbabile momento per chiedere perdono al lettore. Ti ho brandito per i glutei sembra dire ma ora basta, dai. Puoi buttare il libro.

(tanto, ormai, l’hai comprato, no?)

Ma non contento, il troll prosegue. Sale di livello, per così dire, e dopo aver rivelato il trollaggio di primo grado ecco che passa all’ordine successivo. Come nella matematica: dall’equazione di primo grado si passa a quella di secondo grado. E qual è la formula risolutiva di una equazione di tal fatta? Riprendete i vostri testi di analisi matematica del liceo e troverete niente meno che la formula del delta (o del discriminante) che consiste nell’analisi dei coefficienti secondo un metodo consolidato. Ignaro o consapevole che sia di cotanto matematico artificio, il nostro autore scomoda il GAS (il Grande Artista Sconosciuto), coefficiente della gigantesca incognita che è Mario, per analizzarlo metodicamente come nella formula del delta e utilizzarlo, infine, per instillarci una goccia di speranza e di bellezza. In tutto il disperato e miserevole marciume che scandisce gli eventuali vissuti del ripetuto 17 Giugno, la schizofrenia di Bianca, l’abiezione di Santiago, la caduta di Viola e persino il mesto deperimento senile dei suoi genitori, l’autore ci offre un momento di pura e trasognata meraviglia. L’ultima opera del GAS, infatti, diventa il capolavoro della sua carriera, della sua vita. Ed è proprio lui, Mario, ad accorgersene. Il GAS, infatti, non se ne era affatto reso conto. È lui, Mario, a spiegargli perché è il suo capolavoro, con parole dosate, analitiche e poetiche al tempo stesso, sapienti e “sapute”, certe e incontestabili. E non importa se a guardarlo sono solo loro due: in quello scantinato che fa da casa-studio del GAS il capolavoro (anzi IL capolavoro) giace come un fiore sotto la neve, come un gioiello nascosto in una cassaforte, come la abbacinante e meravigliosa improvvisazione del Grande Pianista Sconosciuto che nel segreto della sua stanza pigia gli ottantotto tasti come fosse un Beethoven redivivo e finisce la sua performance affannato ed emozionato (e tristemente consapevole di non potersi più ripetere). Eccolo, il troll in azione!

Perché? vi chiederete. Che c’è di male nel dare un messaggio di speranza? La capacità, pur casuale, di creare bellezza che risalta da questo penultimo capitolo, non è forse come il discorso ai bambini di Alioscia nei Karamazov? La speranza per un futuro migliore non è affatto persa?

E se invece, rispondo, Mario si stesse beatamente e maliziosamente prendendo gioco del GAS? E se quindi, traslando, fosse il surrettizio pungolo dell’autore che ti sta dicendo, sì proprio a te lettore, che hai appena letto un libro capolavoro? Non è situazionismo becero anche questo? (ciao lettore, come stai? Credevi di aver letto una schifezza, vero?  e invece eccola qua! La speranza!)

No! Ci sei cascato! Le ultime due-pagine-due ti fanno nuovamente precipitare nell’imbroglio situazionista. Non esiste nessun Mario oltre a quello dell’abiezione. Non ci sono ipotetici ed eventuali vissuti alternativi. Non c’è nessuna Bianca, nessuna Viola, nessun GAS c’è solo la turpe complessione di Santiago, nome che è contrazione spagnoleggiante di San Giacomo, protettore dei bambini, che in questo continuo rovesciamento dei ruoli uccide, nel più orripilante e osceno dei modi la bambina, quella bambina che non esiste più e non potrà mai scrivere la lettera, che non potrà mai essere la turpe figlia che ti libererà con la sua inquietante lettera e che quindi, innocente, scompagina ogni ipotesi che di questi vissuti tu sia in qualche modo protagonista.

Ci credi? Sembra dirci Mozzi. Gioca con la sua biografia: non è forse il 17 Giugno la data del suo compleanno? Non ci sta forse, proprio per questo, parlando direttamente? Come si spiega altrimenti il terzo e ultimo passo, peraltro di due sole parole, che fa da finale al libro? quell’ Adesso, basta che conclude ex abrupto il “romanzo”?

Ti ho brandito per i glutei, lettore, e ora, anzi adesso, finiamola qui, anzi basta.

Terzo livello di trollaggio, dunque. Ce lo sta dicendo direttamente. Adesso? Basta. Adesso, basta. Ne ho abbastanza persino io.

Pietoso, sì. Impietoso, altrettanto. Pietoso pure il sottoscritto che decide di proseguire la lettura sino alla fine irretito dalla quarta di copertina (sì! Fino a lì si è spinto, il Mozzi) che volendo potremmo definire il quarto livello dell’imbroglio situazionista ove si legge, cito,

“[…] che Mario contempla come enigmi incomprensibili e rivelatori. Arrivando, nell’ultima pagina, alla più orribile delle conclusioni”.

Si ipotizza un finale a sorpresa, magari rivelatorio, ove tutti i nodi vengono al pettine e come in un’epifania joyceiana si colloca davanti allo sguardo del lettore quella chiave che gli consentirebbe di aprire tutti gli scrigni rimasti chiusi lungo l’arco della narrazione precedente.

Questo, solo questo, mi ha spinto a proseguire la lettura e portarla a termine. Come in un pessimo romanzo giallo che si legge a fatica ma di cui si vuol comunque sapere chi è l’assassino. Il che, peraltro, potrebbe far dubitare di quel pessimo giacché se si è curiosi di sapere chi è l’assassino forse così pessimo il romanzo non è.

(ti vedo, lì mentre scrivi, che dubiti della inappellabile censura che stai portando avanti. E se tutto questo scrivere, questo criticare, persino insultarmi e accusarmi di nefandezze editoriali, non fosse altro che il segno profondo che questo romanzo ha lasciato nella tua anima? Non importa se non sai di che natura è composto questo segno. Non importa se non c’è un significato. È un segno, profondo, scostante, urticante. Sì, hai ragione, è tutto un imbroglio, ti ho fregato. Bella mossa la quarta di copertina, vero? Però ti ho fregato bene, ammettilo. E poi un segno è un segno: facci quello che vuoi)

Quindi?

Quindi niente. Ci sono cascato mani e piedi e concludo, se mai lo vorrete leggere, con un maccheronico fate vobis che dà il sollievo della de-responsabilizzazione.

Comunque lui, lo stronzo, scrive bene.

(sì, mi hai fregato e me la sono presa quindi ti insulto)

ad maiora

L’ontologia del capodanno social

Notizie di cronaca —> stupidità —-> ontologia.

Si può?

Si può.

Il capodanno 2021 doveva essere festeggiato in casa, causa lockdown imposto ovviamente per evitare che i giganteschi assembramenti tipici di questo tipo di ricorrenza potessero portare a conseguenze nefaste sul piano sanitario.

In quest’epoca di pandemia gli stupidi, gli ignoranti, i criminali, gli arroganti, i mafiosi, gli incontinenti hanno tutti cercato in qualche modo di aggirare le norme. Allo stesso modo si sono comportati i protagonisti della notizia di cronaca che dà lo spunto per questo articolo.

Sarei tentato di aggiungere: “non si sa bene perché l’abbiano fatto” ma in realtà è proprio questo il punto che vorrei analizzare oggi, ossia uno dei motivi per cui costoro hanno fatto ciò che hanno fatto e che mi dà lo spunto anche per sottoporre alla vostra attenzione una curiosa caratteristica del vivere al tempo dei social. Che sia un male non saprei, nel senso che dir di qualcosa che è un male implica altri ragionamenti che non vorrei qui fare, ma certamente si tratta di qualcosa che dà, spero, materia per riflettere.

Orbene la notizia di cronaca è la seguente.

In un resort di lusso sulla sponda bresciana del lago di Garda ben 126 persone hanno festeggiato il capodanno in barba alle regole. Metto un link ma basta googleare per trovare decine di riferimenti e farsi un’idea dei particolari della notizia di cronaca.

https://milano.repubblica.it/cronaca/2021/01/01/news/festa_brescia_assembramenti_polemiche-280718810/

La cosa che è più interessante è la seguente: su ogni tavolo il proprietario del resort di lusso in cui si è svolta la festa aveva messo un biglietto di questo tenore:

Vista l’attuale situazione si chiede di non divulgare foto e video sui social.

Bene. Allora, per quanto sia difficile non lasciarsi andare all’insulto più becero verso questa gentaglia cerco di trattenermi e dare qualche spunto di riflessione.

In questa notizia di cronaca ci sono diverse cose che balzano immediatamente all’occhio.

  1. Innanzitutto il fatto in sé: è chiaro che si tratta di una inaccettabile e persino incomprensibile infrazione alle regole che erano state stabilite dal governo riguardanti il lockdown festivo.
  2. Il luogo: un resort di lusso. Si tratta di una struttura che probabilmente non aveva alcun bisogno “reale” di far quattrini a capodanno perché una volta terminata l’emergenza sanitaria riprenderà probabilmente il suo business senza grossi problemi, favorito in questo dalla splendida cornice in cui è collocato.
  3. I partecipanti. I partecipanti a questa festa rientravano nelle categorie dei figli degenerati di imprenditori, ex-galeotti, dei “vorrei-ma-non-posso” che sprecano i loro pochi quattrini perché vogliono aspirare a far parte di un jet-set che loro percepiscono come altolocato, altri probabilmente sono quelli che al sud vengono definiti “pezzenti arricchisciuti”, altri ancora sono probabilmente e semplicemente ignoranti di proporzioni incalcolabili che forse hanno la terza media o una laurea comprata sottobanco. Tutti contraddistinti da una mentalità con tutta evidenza distorta, un’arroganza senza pari, supponenza ingiustificata, ignoranza sia nel senso tecnico che nel senso insultante e, soprattutto, una stupidità sesquipedale.
  4. Il modo: senza mascherine. L’arroganza si somma al ludibrio per chi rispetta le regole e al disprezzo per un rischio sanitario di cui evidentemente si ritengono immuni per qualche ragione che solo loro conoscono.

Sin qui il giudizio è quello che si potrebbe pronunciare in un bar. Lascio a chi legge la scelta dell’aggettivo insultante che più lo aggrada.

Ci sono poi un paio di altre cose che fanno riflettere.

La prima: il biglietto che chiede di non postare foto e video sui social.

Ovviamente (ma questo ovviamente  non sono sicuro che sia tale e tuttavia lo uso ugualmente)  un tale biglietto mette in luce che tutti erano perfettamente consapevoli di fare qualcosa di non esattamente regolare e il proprietario del locale riteneva che fosse opportuno avvertire i clienti di non divulgare l’evento per non incorrere nelle sanzioni che, così facendo, si sarebbe sicuramente attirato.

Quindi il punto è il dolo. Il biglietto, mostrando la consapevolezza dell’atto, mostra il dolo con il quale si è proceduto a organizzare la festa. Ciò rientra nell’arroganza di cui s’è accennato sopra. Mostra inoltre il fatto che il modo d’interpretare la situazione sanitaria che stiamo vivendo è distorto, sbagliato e inevitabilmente stupido. Ciò che viene messo in luce, infatti, è che non si sta interpretando la situazione di grave crisi sanitaria per quello che è: se ci infettiamo rischiamo di infettare gli altri e tra questi altri anche persone più fragili, magari anche nostri familiari, parenti e amici. L’interpretazione è invece meramente formale: c’è una regola, non la capisco, non la comprendo o se la comprendo me ne frego e quindi la disattendo.

Al di là dell’arroganza, già di per sé odiosa, che sottende il dolo con sui si è proceduto a organizzare e partecipare alla festa è la stupidità ciò che viene immediatamente alla luce. Le regole che hanno imposto il lockdown sono volte alla protezione dei più fragili. Non ci sono infatti altre ragioni dietro queste regole che non presuppongono alcuna volontà vessatoria o di danneggiare l’economia. Figuriamoci! Invece no. Questo dolo mette in luce proprio che manca o viene disattesa la cosiddetta ratio della regola.

In ciò si riscontra un atteggiamento abbastanza tipico di questo tipo di persone: costoro pensano di essere più furbi degli altri.

Inutile dire che invece sono più stupidi.

Mi fanno pena e se non fosse che questo comportamento molto probabilmente comporterà la sofferenza di persone con cui verranno in contatto nei prossimi giorni (non portavano nemmeno la mascherina!) proverei pietà e non il disprezzo che invece mi provocano.

Sono dunque stupidi.

Mi viene in mente un aneddoto personale.

Tanti anni fa, concluso un torneo di scacchi nel tardo pomeriggio di una domenica di settembre, stavo tornando a casa insieme ad un manipolo di miei compari “spingilegno”. Il percorso non era molto lungo (circa 110km) e anche a causa di in incidente in autostrada segnalato dall’autoradio ci disponemmo a fare le strade normali a passo lento chiacchierando sulle mosse sbagliate che ognuno di noi ha fatto e su quelle che avremmo potuto fare per poter raggiungere posizioni più alte nella classifica. Visto l’incidente in autostrada le strade normali erano molto trafficate e ai semafori nei vari paesini che incontravamo le code erano molto lunghe. Ce n’era una, di queste code da semaforo, talmente lunga che il semaforo rosso che la generava era appena percepibile in lontananza. Poco male: le chiacchiere su alfieri, cavalli e pedoni si sprecavano nella nostra auto e ci passavamo il tempo senza problemi. Con le macchine tutte ferme un bambino che non avrà avuto più di 8 anni, con la sua piccola bicicletta, decide di attraversare la strada proprio davanti all’auto di fronte alla nostra. La situazione sembrava tranquilla perché il lontano semaforo aveva sì generato la coda in cui ci trovavamo ma, di contro, aveva fatto sì che nella corsia opposta non giungesse nessuno. Tuttavia, mentre il bambino attraversava la strada, una grossa Mercedes nera arriva all’improvviso, superando tutta la coda ad alta velocità, e investe in pieno il bimbo con la bicicletta! Fu una scena spaventosa. Il povero bimbo fece un volo tremendo. La Mercedes si ferma e ne scende una donna tutta ingioiellata e impellicciata che, dopo aver visto il bambino a terra esanime, scoppia in un pianto nervoso e disperato. Il padre del bambino aveva attraversato la strada subito dietro di lui e aveva visto tutto e si precipita sul corpo esanime del figlio gridando. L’unico nella nostra auto che aveva un cellulare (all’epoca, 1997, stavano cominciando a diffondersi) chiama subito un ambulanza e i carabinieri e così fanno gli occupanti dell’auto di fronte alla nostra. La scena è chiara a tutti: questa tizia, l’arrogante bastarda figlia di puttana (scusate ma non posso esimermi dall’insulto), pensava di essere più furba degli altri, noi poveri sfigati che stavamo in coda dovevamo subire la noiosa attesa ma lei invece no, lei poteva superare tutti e mancava solo che ci ridesse anche in faccia. Ma nel far questo aveva investito un bambino di 8 anni!

Uno degli occupanti dell’auto di fronte alla nostra scende dall’auto e comincia a insultare la donna – potete immaginare con quale disperata violenza visto il corpo del bimbo esanime di fronte a lui. Pure uno dei nostri apre il finestrino e le grida contro tutti gli insulti che conosce. Non il padre però che posava in modo straziante le sue mani sul figlio cercando di capirne le condizioni.

Altri scendono e rincarano la dose e qualcuno stava pure per avventarsi sulla tizia. In quel momento la coda di auto più avanti comincia a muoversi e si vedono anche auto che arrivano dall’altra direzione: il semaforo era diventato verde. Un veloce conciliabolo nel dialetto locale tra il padre e gli occupanti dell’auto di fronte alla nostra (“abbiamo visto tutto e lo diciamo ai carabinieri” – “fate andar via tutti che l’ambulanza deve avere spazio per passare!”) ci fa capire che è meglio proseguire per sciogliere la coda e lasciare le strade il più libere possibile. Proseguiamo il viaggio verso casa abbastanza sconvolti. Il giorno dopo compro i quotidiani locali (internet c’era già ma non era ancora così sviluppato) ma non trovo notizie dell’incidente: forse il bambino si era salvato – a quell’età sono di gomma. Spero ancora oggi che sia stato così.

Il punto è che quella tizia, che credeva di essere più furba degli altri, arrogante e supponente nel suo cercare di saltare la fila in quel modo becero, aveva creato un danno enorme!

E come la si può definire?

STUPIDA!

È così.

STUPIDA!

Allo stesso modo i tizi che hanno partecipato alla festa. Siccome erano 126, più i lavoratori del resort, e dato il luogo ad alta incidenza di Covid non ho dubbi che dal punto di vista statistico qualcuno si ammalerà e soffrirà parecchio a causa delle loro “gesta”, che sia uno dei partecipanti o qualche suo familiare più anziano o più debole.

Stupidi! Stupidi senza speranza.

Ora, siccome ci sono anche persone che ammirano chi si comporta così (“eh, loro sì che sono furbi!”), forse è il caso di dire che costoro non andrebbero ammirati: si può ammirare uno stupido?!

E’ bene sottolineare che il modo in cui utilizzo il termine “stupido” è per denotare un individuo di scarsa intelligenza.

Perché è questo che queste persone hanno dimostrato di essere: sono scarsamente intelligenti.

(poi bisognerebbe definire che cos’è l’intelligenza ma si andrebbe troppo lontan)

La seconda cosa ci porta un po’ più lontano dalla stretta cronaca:

i tizi in questione postano sui social immagini e video della festa.

Eh!

Be’, certamente in ciò si dimostrano ancora più stupidi di quanto già non sia deducibile da quanto scritto sinora.

Su questo non c’è dubbio.

Ma proviamo ad analizzare meglio.

Non è tanto e soltanto per la sommessa richiesta del titolare del resort espressa attraverso i bigliettini di cui sopra ma è il fatto che siccome stanno tutti facendo una cosa irregolare, non consentita dai regolamenti anti-covid, è sin troppo ovvio che sia del tutto insensato pubblicare foto e video sui social! Non credete? Che senso ha?!

Per chi legge e fosse stupido quanto costoro forse è il caso di spiegarlo: se pubblichi foto e video sui social di questa festa, teoricamente proibita,  allora ti “beccano” e, come minimo, ti fanno una multa esagerata, ti chiudono il locale e chissà cos’altro.

Così si capisce?

Bene.

Dal giudizio “da bar”, al moralismo, alla mera constatazione di stupidità – forse la potrei finire qui.

Ma c’è ancora un’ultima cosa da dire.

Perché mai costoro hanno pubblicato sui social foto e video della loro “bravata”?

La risposta è relativamente semplice: se non avessero pubblicato foto e video dell’evento allora sarebbe stato come se esso non ci fosse mai stato.

Indubbiamente costoro sono stupidi come caproni ma tra tutte le insultanti motivazioni che hanno mosso il loro agire ce n’è una che si innalza su tutte le altre e che, in qualche modo, le determina pure: si tratta dell’aver voluto rendere reale la loro “bravata” pubblicandola sui social.

Pensiamoci bene: se non ci fossero state testimonianze sui social allora nessuno ne avrebbe parlato, nessuno ne avrebbe avuto conoscenza, nessuno si sarebbe indignato e, da ultimo, non sarebbero incorsi nel pubblico ludibrio o nelle sanzioni pecuniarie cui sicuramente sono o saranno soggetti.

Ma delle multe a costoro importa poco – importa invece che gli altri, gli altri, sappiano che loro hanno fatto la festa di capodanno.

Il senso abietto del disattendere le regole che costoro hanno messo in pratica festeggiando in quel modo e in quel luogo contravvenendo dolosamente alle regole stabilite dal lock down festivo sta proprio nell’essere certi che gli altri lo vengano a sapere. Nella distorta logica della contravvenzione alla regola che ha guidato il desiderio di costoro è solo il postare foto e video sui social che rende vero e reale il gesto che hanno compiuto e dunque, necessariamente, non potevano esimersi dal postare sui social.

La multa diventa un danno collaterale accettabile perché è parte della realtà che si è determinata nel momento in cui le foto e i video della festa raggiungevano tutti i follower dei social.

E’ nel momento in cui arrivano le foto su Twitter o i video su Facebook che la festa ottiene il suo status ontologico – non nel momento in cui si realizza.  E’ quanto su Instagram o su Whatsapp arrivano le foto della festa che questa si reifica,

Il segno della realizzazione di quell’evento è dunque il suo apparire non nella realtà fattuale ma in quella virtuale.

Di questo ce ne rendiamo conto in tante abitudini che vediamo sui social.

Pensiamo a coloro che postano le foto di un viaggio sui social. Perché?

Per far vedere ad amici e parenti che hanno davvero fatto quel viaggio.

Il punto è che se racconti che hai fatto un viaggio potresti raccontare della tua esperienza, che magari ti ha interessato o in alcuni casi arricchito oppure, al contrario, che ti ha deluso o contrariato. Non conta molto il fatto che in quel determinato luogo tu ci sei andato per davvero ma ciò che ne è derivato come esperienza – il viaggio ti ha lasciato un ricordo che tu puoi, se vuoi, condividere con persone a te care. In casi estremi ci scrivi pure dei libri cercando di rendere l’idea delle esperienze e delle ispirazioni che il viaggio ti ha dato – Bruce Chatwin docet.

Questo almeno fino a ieri.

Oggi invece, il viaggio al tempo dei social non è più questo. Il viaggio viene fatto con l’esclusiva, banale, mera e semplice ragione di farlo.

Non importa la meta, non importa l’esperienza in sé, non importa il motivo, non importa nulla che non sia il pubblicarne le testimonianze sui social.

L’abbondanza di foto più o meno stupide di persone che si mettono in posa davanti alla torre di Pisa in modo tale che la foto risultante sembra quasi che siano loro a sostenerla non vuole essere simpatica ma vuole dimostrare che costoro sono stati lì: sono stati sotto la torre di Pisa.

Il viaggio è dunque tale se e solo se compare nelle foto dei social.

Ecco.

L’ontologia, lo studio dell’ente dicono i metafisici, abbisogna di nuove indagini:

Che cosa è vero?

La prospettiva che esce da questa vicenda, come da tante altre analoghe, è che la cosa, l’ente, non è ciò che percepiamo attraverso i nostri sensi o che consideriamo attraverso un ragionamento logico o attraverso una combinazione di sensi e logica argomentativa ma, più semplicemente, è solo che ciò che deriva dalla sua testimonianza rappresentata da una foto sui social.

Si suppone che il semplice racconto d’essere stati in un posto, o persino il semplice essere stati, possa essere messo in dubbio se di questo non vi sono tracce nei social media. Ma se invece queste tracce appaiono sui social allora il dubbio scompare.

Se i dementi che hanno partecipato alla festa di capodanno sul lago di Garda non avessero pubblicato foto e video sui social allora sarebbe stato come se questa festa non ci fosse mai stata.

L’invidia, che nella loro distorta mentalità costoro avrebbero voluto generare nei loro conoscenti e nei loro followers, non si sarebbe generata al semplice raccontare d’aver disatteso le regole del lockdown ma soltanto quando di essa si avrebbero avuto le testimonianze sui social che sono dunque intese quali prova e dimostrazione di verità dell’evento.

Nulla di più e nulla di meno.

Si tratta di una prospettiva del tutto analoga a quella adottata da mia nonna quando parlava di argomenti vari asserendone la assoluta verità: “l’ha detto la televisione”, diceva, con ciò intendendo che se qualcosa appare in televisione allora deve essere per forza vero.

Anche questa prospettiva è o era distorta nel senso che l’attribuzione di status ontologico alla cosa o all’evento derivava dal suo semplice apparire nella TV e non dal ragionamento applicato o da quello che oggi va sotto il nome di senso critico o pensiero critico.

Tuttavia questa attribuzione di status ontologico passava attraverso la presupposizione che il filtro selettivo operato da colui che pubblicava il contenuto televisivo fosse improntato ad onestà intellettuale ed un insieme di regole condivise dagli operatori del settore volte a garantire un certo grado di veridicità dei contenuti che veicolavano. L’assunto, in sostanza, è determinato da una sorta di patto tra l’operatore televisivo e lo spettatore: tu ti impegni a pubblicare contenuti veridici e io, fidandomi del tuo impegno, li inserisco nel mio bagaglio di conoscenze o informazioni.

Nei social, questo filtro, scompare del tutto, così come scompare l’insieme di regole volte alla tenuta dell’onestà intellettuale e professionale dell’operatore televisivo, ma non scompare l’assunto, il patto implicito di veridicità il quale, anzi, si propaga a chiunque pubblica contenuti sui social.

In pratica, l’aver sottratto il dubbio necessario che il pensiero critico imponeva comunque ai contenuti televisivi (e prima ancora radiofonici e quelli della carta stampata) dal patto implicito tra il creatore di contenuti e il suo fruitore, rende chiunque pubblica qualcosa sui social degno d’esser creduto.

Lo iato tra il vero ontologico e il vero del social, in questa prospettiva, si è completamente dissolto.

Se sono riuscito anche solo un poco a spiegarmi allora il passo finale di questo ragionamento dovrebbe diventare abbastanza chiaro: è solo così, infatti, che può spiegarsi il perché le cosiddette fake news, le pseudo scienze e tutte le altre immense stupidaggini che vengono veicolate attraverso i social riescano a raccogliere attorno a loro un numero impressionante di fruitori che le ritengono vere.

Si potrebbe dire che nei social media il vero è senza filtro, come le sigarette di una volta.

E come le sigarette di una volta, temo che possa fare assai male.

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Metrodoro il Teorematico in una foto di gruppo sorpreso dal fotografo mentre guarda lo schermo del suo smartphone

Metrodoro il Teorematico.

Allargare l’orizzonte dell’ignoranza è il vero scopo della vita.

Non crediate sia così facile.

Non conoscerai mai te stesso.

Chi è Metrodoro il Teorematico?

Metrodoro il Teorematico, chiariamolo subito, non è nessuno.

Da sempre appassionato di filosofia e fisica teorica (e no, non sono cose antitetiche) dopo la scuola dell’obbligo decide di bazzicare la facoltà di Giurisprudenza. Ciò gli consente di capire per bene il diritto costituzionale, la gerarchia delle fonti, approfondisce economia (soprattutto macro) e, ça va sans dire, la filosofia del diritto.

Non completa gli studi giuridici preferendo dedicarsi alla filosofia tout court dove può attraversare tutti i piani del pensiero, comprese, per non farsi mancar nulla, anche un po’ di fisica teorica avanzata, analisi matematica e geometrie varie (viva la libertà del piano di studi in filosofia!)  e finisce per laurearsi (ebbene sì: anche cum laude) in filosofia della scienza.

Tra gli approfondimenti che questo background gli ha dato può vantare:

  • Il darwinismo in tutte le sue sfaccettature
  • Logica matematica classica tarskiana, teorema di Gödel, logiche intuizioniste, deontiche e epistemiche
  • Ma quanto era geniale Kant!
  • Derrida è certamente un elegante imbrattacarte ma lo è in modo assai brillante
  • Analisi metodologica della sociologia, dell’economia e della scienza politica: approfondimenti su Hayek e Popper.
  • Si ringrazia Eva Picardi grazie alla quale la filosofia analitica del linguaggio è stata apprfondita a tal punto da comprenderne tutti i pregi (ma anche tutti i limiti): Frege, Russell, Wittgenstein, Quine, Dummett, Davidson fino a quel furbacchione di Kripke.
  • Si ringrazia Alberto Artosi grazie al quale logiche deontiche e epistemiche hanno acquisito un senso, prima ignoto, e grazie al quale ha capito in cosa consiste davvero il metodo scientifico
  • Si ringrazie Roberto Dionigi grazie al quale Metrodoro il Teorematico ha capito che il linguaggio della filosofia è tanto importante quanto la filosofia del linguaggio e che in esso si nasconde la chiave per capire ciò che può esser capito.

In pratica: fare filosofia a Bologna negli anni ’90 era una figata.

Nonostante questo popò di preparazione Metrodoro il Teorematico si dimostra magnanimo e, complici anche strani incroci esistenziali e la drammatica constatazione che se avesse intrapreso la carriera accademica non avrebbe visto il becco d’un quattrino per svariati anni, decide di non togliere il lavoro a tutti i professori di filosofia del pianeta e “va a lavorare”.

Inizialmente sprigiona tutta la sua scienza filosofica nel settore informatico ma nessuno rimane particolarmente impressionato.

Così, grazie ad un minimaster in marketing dell’economia digitale, al rinverdimento di giovanili studi informatici (il Metrodoro bambino sapeva programmare in GW Basic sull’Olivetti M20 e poi sull’M24 – qualcuno rimembra?) e un bel po’ di olio di gomito si costruisce anno dopo anno una carriera nel mondo di marketing e vendite del segmento informatico.

Oggi, esattamente vent’anni dopo aver iniziato a lavorare, ricoprire la carica di Key Account Large Enterprise nel segmento ICT. 

Ah, giusto! Ci sarebbero anche le smodate passioni:

Della fisica teorica s’è già detto: Metrodoro vorrebbe riconoscersi un qualche tipo di competenza in tale materia (che forse in tempi passati un poco c’era) ma l’averla trascurata (non averla praticata) per più di 15 anni ha ridotto e circoscritto la sua conoscenza della materia ad un bagaglio di concetti e ipotesi utili per la ricerca filosofica. L’interessamento è ripreso di recente vista la pindaricità di certi voli che la fisica teorica ha intrapreso e ci sarà modo di parlarne.

Formula 1: è sufficiente dire che impara a leggere a 5 anni sull’almanacco della Formula 1 – viva Mario Andretti – è forse l’unico sport di cui, può dirsi esperto per davvero, per strano che possa essere. Capiterà di parlarne in questo luogo.

Pallacanestro: l’aver vissuto l’epopea di Magic, Bird, Jordan e il tragico volo di Petrovic, oltre all’averla praticata per svariati anni, lo rende esperto, sia pur “da bar”, di questo gioco del quale ammira la tecnica e le storie dei protagonisti. Qualcosa da dire capiterà.

Scacchi. Smodata, insana, deviante, drammatica passione per il più nobile dei giochi. Metrodoro il Teorematico può vantare persino un paio di titoli locali di categoria e ha messo in cascina qualche scalpo di livello – per gli esperti: in torneo ufficiale (rigorosamente al primo turno grazie all’italo-svizzero) un GM da 2504 è caduto inaspettatamente sotto i colpi del nostro – un altro GM (sia pur decaduto: al tempo aveva 2394) fu sopraffatto in un torneo semilampo – un MI italico, giovine speranza scacchistica romagnola che dopo aver vinto diversi campionati italiani under e ben figurato al campionato italiano assoluto decide saggiamente di far fruttare i suoi talenti cerebrali in prestigiose università americane, venne spazzato via in torneo ufficiale semilampo da un Metrodoro il Teorematico “disguised as Tal” (semicit. per gli appassionati di Basket NBA) quando già superava ampiamente la rispettabilissima quota di 2350 (che il ricordo appannato fa salire addirittura a 2411 ma chissenefrega). Chiaramente questi sono gli exploit che si ricordano con più piacere ma il vero livello di gioco del nostro è parificabile ad un 1800/1900 con punte a 2150 in giornata di grazia e 1300 quando non c’ha voglia e comunque, salvo due eccezioni molto locali, non fa più tornei dal 2004. A dir il vero, gli scacchi più che una passione sono una triste condanna. Alcune features del nobil giuoco sono molto utili in vista di potentemente improponibili metafore. Ci sarà occasione di parlarne

Questi sono i “credits” – se quel che scrivo ha una base allora sta tutta qui.

Prego astenersi commenti del tipo “ma tu cosa ne sai?!” perché, per chi non l’avesse capito, l’unico pregio del Metrodoro è quello di saperne molto di tanto e, in genere, se ne parla è perché ritiene d’aver qualcosa di sufficientemente fondato e argomentato da dire. Tanto per intenderci: non si parlerà di balletto thailandese o di cucina macrobiotica, salvo che non siano spunto per altro.

Intervistatore: “Ma lei che sa o crede di sapere tante cose su tante materie diverse forse non pensa che alla fine non sa veramente nulla?”

Metrodoro: “Già – il punto è proprio questo e cioè che più cose sai più ti rendi conto di quante sono quelle che non sai – più sai più sei ignorante – ed il mio scopo ultimo, nella vita, è allargare quanto più possibile l’orizzonte della mia ignoranza”

Intervistatore: “E quindi come si definirebbe, se dovesse per forza definirsi?”

Metrodoro:”Se proprio devo: musicista”

Intervistatore: “e questo che c’entra? non ne ha parlato nel resumè intellectuel!”

Metrodoro: “Appunto”

(Stralci dall’intervista rilasciata da Metrodoro a Radio Megara International nel 300 a.C.)

Non ho mai fatto politica, né il giornalista, né associazioni (tranne il circolo scacchistico), né niente altro. Mi facevo gli affari miei fino a quando ho aperto questo spazio quindi, Metrodoro il Teorematico, com’è stato a questo punto ben chiarito, non è nessuno.