L’ontologia del capodanno social

Notizie di cronaca —> stupidità —-> ontologia.

Si può?

Si può.

Il capodanno 2021 doveva essere festeggiato in casa, causa lockdown imposto ovviamente per evitare che i giganteschi assembramenti tipici di questo tipo di ricorrenza potessero portare a conseguenze nefaste sul piano sanitario.

In quest’epoca di pandemia gli stupidi, gli ignoranti, i criminali, gli arroganti, i mafiosi, gli incontinenti hanno tutti cercato in qualche modo di aggirare le norme. Allo stesso modo si sono comportati i protagonisti della notizia di cronaca che dà lo spunto per questo articolo.

Sarei tentato di aggiungere: “non si sa bene perché l’abbiano fatto” ma in realtà è proprio questo il punto che vorrei analizzare oggi, ossia uno dei motivi per cui costoro hanno fatto ciò che hanno fatto e che mi dà lo spunto anche per sottoporre alla vostra attenzione una curiosa caratteristica del vivere al tempo dei social. Che sia un male non saprei, nel senso che dir di qualcosa che è un male implica altri ragionamenti che non vorrei qui fare, ma certamente si tratta di qualcosa che dà, spero, materia per riflettere.

Orbene la notizia di cronaca è la seguente.

In un resort di lusso sulla sponda bresciana del lago di Garda ben 126 persone hanno festeggiato il capodanno in barba alle regole. Metto un link ma basta googleare per trovare decine di riferimenti e farsi un’idea dei particolari della notizia di cronaca.

https://milano.repubblica.it/cronaca/2021/01/01/news/festa_brescia_assembramenti_polemiche-280718810/

La cosa che è più interessante è la seguente: su ogni tavolo il proprietario del resort di lusso in cui si è svolta la festa aveva messo un biglietto di questo tenore:

Vista l’attuale situazione si chiede di non divulgare foto e video sui social.

Bene. Allora, per quanto sia difficile non lasciarsi andare all’insulto più becero verso questa gentaglia cerco di trattenermi e dare qualche spunto di riflessione.

In questa notizia di cronaca ci sono diverse cose che balzano immediatamente all’occhio.

  1. Innanzitutto il fatto in sé: è chiaro che si tratta di una inaccettabile e persino incomprensibile infrazione alle regole che erano state stabilite dal governo riguardanti il lockdown festivo.
  2. Il luogo: un resort di lusso. Si tratta di una struttura che probabilmente non aveva alcun bisogno “reale” di far quattrini a capodanno perché una volta terminata l’emergenza sanitaria riprenderà probabilmente il suo business senza grossi problemi, favorito in questo dalla splendida cornice in cui è collocato.
  3. I partecipanti. I partecipanti a questa festa rientravano nelle categorie dei figli degenerati di imprenditori, ex-galeotti, dei “vorrei-ma-non-posso” che sprecano i loro pochi quattrini perché vogliono aspirare a far parte di un jet-set che loro percepiscono come altolocato, altri probabilmente sono quelli che al sud vengono definiti “pezzenti arricchisciuti”, altri ancora sono probabilmente e semplicemente ignoranti di proporzioni incalcolabili che forse hanno la terza media o una laurea comprata sottobanco. Tutti contraddistinti da una mentalità con tutta evidenza distorta, un’arroganza senza pari, supponenza ingiustificata, ignoranza sia nel senso tecnico che nel senso insultante e, soprattutto, una stupidità sesquipedale.
  4. Il modo: senza mascherine. L’arroganza si somma al ludibrio per chi rispetta le regole e al disprezzo per un rischio sanitario di cui evidentemente si ritengono immuni per qualche ragione che solo loro conoscono.

Sin qui il giudizio è quello che si potrebbe pronunciare in un bar. Lascio a chi legge la scelta dell’aggettivo insultante che più lo aggrada.

Ci sono poi un paio di altre cose che fanno riflettere.

La prima: il biglietto che chiede di non postare foto e video sui social.

Ovviamente (ma questo ovviamente  non sono sicuro che sia tale e tuttavia lo uso ugualmente)  un tale biglietto mette in luce che tutti erano perfettamente consapevoli di fare qualcosa di non esattamente regolare e il proprietario del locale riteneva che fosse opportuno avvertire i clienti di non divulgare l’evento per non incorrere nelle sanzioni che, così facendo, si sarebbe sicuramente attirato.

Quindi il punto è il dolo. Il biglietto, mostrando la consapevolezza dell’atto, mostra il dolo con il quale si è proceduto a organizzare la festa. Ciò rientra nell’arroganza di cui s’è accennato sopra. Mostra inoltre il fatto che il modo d’interpretare la situazione sanitaria che stiamo vivendo è distorto, sbagliato e inevitabilmente stupido. Ciò che viene messo in luce, infatti, è che non si sta interpretando la situazione di grave crisi sanitaria per quello che è: se ci infettiamo rischiamo di infettare gli altri e tra questi altri anche persone più fragili, magari anche nostri familiari, parenti e amici. L’interpretazione è invece meramente formale: c’è una regola, non la capisco, non la comprendo o se la comprendo me ne frego e quindi la disattendo.

Al di là dell’arroganza, già di per sé odiosa, che sottende il dolo con sui si è proceduto a organizzare e partecipare alla festa è la stupidità ciò che viene immediatamente alla luce. Le regole che hanno imposto il lockdown sono volte alla protezione dei più fragili. Non ci sono infatti altre ragioni dietro queste regole che non presuppongono alcuna volontà vessatoria o di danneggiare l’economia. Figuriamoci! Invece no. Questo dolo mette in luce proprio che manca o viene disattesa la cosiddetta ratio della regola.

In ciò si riscontra un atteggiamento abbastanza tipico di questo tipo di persone: costoro pensano di essere più furbi degli altri.

Inutile dire che invece sono più stupidi.

Mi fanno pena e se non fosse che questo comportamento molto probabilmente comporterà la sofferenza di persone con cui verranno in contatto nei prossimi giorni (non portavano nemmeno la mascherina!) proverei pietà e non il disprezzo che invece mi provocano.

Sono dunque stupidi.

Mi viene in mente un aneddoto personale.

Tanti anni fa, concluso un torneo di scacchi nel tardo pomeriggio di una domenica di settembre, stavo tornando a casa insieme ad un manipolo di miei compari “spingilegno”. Il percorso non era molto lungo (circa 110km) e anche a causa di in incidente in autostrada segnalato dall’autoradio ci disponemmo a fare le strade normali a passo lento chiacchierando sulle mosse sbagliate che ognuno di noi ha fatto e su quelle che avremmo potuto fare per poter raggiungere posizioni più alte nella classifica. Visto l’incidente in autostrada le strade normali erano molto trafficate e ai semafori nei vari paesini che incontravamo le code erano molto lunghe. Ce n’era una, di queste code da semaforo, talmente lunga che il semaforo rosso che la generava era appena percepibile in lontananza. Poco male: le chiacchiere su alfieri, cavalli e pedoni si sprecavano nella nostra auto e ci passavamo il tempo senza problemi. Con le macchine tutte ferme un bambino che non avrà avuto più di 8 anni, con la sua piccola bicicletta, decide di attraversare la strada proprio davanti all’auto di fronte alla nostra. La situazione sembrava tranquilla perché il lontano semaforo aveva sì generato la coda in cui ci trovavamo ma, di contro, aveva fatto sì che nella corsia opposta non giungesse nessuno. Tuttavia, mentre il bambino attraversava la strada, una grossa Mercedes nera arriva all’improvviso, superando tutta la coda ad alta velocità, e investe in pieno il bimbo con la bicicletta! Fu una scena spaventosa. Il povero bimbo fece un volo tremendo. La Mercedes si ferma e ne scende una donna tutta ingioiellata e impellicciata che, dopo aver visto il bambino a terra esanime, scoppia in un pianto nervoso e disperato. Il padre del bambino aveva attraversato la strada subito dietro di lui e aveva visto tutto e si precipita sul corpo esanime del figlio gridando. L’unico nella nostra auto che aveva un cellulare (all’epoca, 1997, stavano cominciando a diffondersi) chiama subito un ambulanza e i carabinieri e così fanno gli occupanti dell’auto di fronte alla nostra. La scena è chiara a tutti: questa tizia, l’arrogante bastarda figlia di puttana (scusate ma non posso esimermi dall’insulto), pensava di essere più furba degli altri, noi poveri sfigati che stavamo in coda dovevamo subire la noiosa attesa ma lei invece no, lei poteva superare tutti e mancava solo che ci ridesse anche in faccia. Ma nel far questo aveva investito un bambino di 8 anni!

Uno degli occupanti dell’auto di fronte alla nostra scende dall’auto e comincia a insultare la donna – potete immaginare con quale disperata violenza visto il corpo del bimbo esanime di fronte a lui. Pure uno dei nostri apre il finestrino e le grida contro tutti gli insulti che conosce. Non il padre però che posava in modo straziante le sue mani sul figlio cercando di capirne le condizioni.

Altri scendono e rincarano la dose e qualcuno stava pure per avventarsi sulla tizia. In quel momento la coda di auto più avanti comincia a muoversi e si vedono anche auto che arrivano dall’altra direzione: il semaforo era diventato verde. Un veloce conciliabolo nel dialetto locale tra il padre e gli occupanti dell’auto di fronte alla nostra (“abbiamo visto tutto e lo diciamo ai carabinieri” – “fate andar via tutti che l’ambulanza deve avere spazio per passare!”) ci fa capire che è meglio proseguire per sciogliere la coda e lasciare le strade il più libere possibile. Proseguiamo il viaggio verso casa abbastanza sconvolti. Il giorno dopo compro i quotidiani locali (internet c’era già ma non era ancora così sviluppato) ma non trovo notizie dell’incidente: forse il bambino si era salvato – a quell’età sono di gomma. Spero ancora oggi che sia stato così.

Il punto è che quella tizia, che credeva di essere più furba degli altri, arrogante e supponente nel suo cercare di saltare la fila in quel modo becero, aveva creato un danno enorme!

E come la si può definire?

STUPIDA!

È così.

STUPIDA!

Allo stesso modo i tizi che hanno partecipato alla festa. Siccome erano 126, più i lavoratori del resort, e dato il luogo ad alta incidenza di Covid non ho dubbi che dal punto di vista statistico qualcuno si ammalerà e soffrirà parecchio a causa delle loro “gesta”, che sia uno dei partecipanti o qualche suo familiare più anziano o più debole.

Stupidi! Stupidi senza speranza.

Ora, siccome ci sono anche persone che ammirano chi si comporta così (“eh, loro sì che sono furbi!”), forse è il caso di dire che costoro non andrebbero ammirati: si può ammirare uno stupido?!

E’ bene sottolineare che il modo in cui utilizzo il termine “stupido” è per denotare un individuo di scarsa intelligenza.

Perché è questo che queste persone hanno dimostrato di essere: sono scarsamente intelligenti.

(poi bisognerebbe definire che cos’è l’intelligenza ma si andrebbe troppo lontan)

La seconda cosa ci porta un po’ più lontano dalla stretta cronaca:

i tizi in questione postano sui social immagini e video della festa.

Eh!

Be’, certamente in ciò si dimostrano ancora più stupidi di quanto già non sia deducibile da quanto scritto sinora.

Su questo non c’è dubbio.

Ma proviamo ad analizzare meglio.

Non è tanto e soltanto per la sommessa richiesta del titolare del resort espressa attraverso i bigliettini di cui sopra ma è il fatto che siccome stanno tutti facendo una cosa irregolare, non consentita dai regolamenti anti-covid, è sin troppo ovvio che sia del tutto insensato pubblicare foto e video sui social! Non credete? Che senso ha?!

Per chi legge e fosse stupido quanto costoro forse è il caso di spiegarlo: se pubblichi foto e video sui social di questa festa, teoricamente proibita,  allora ti “beccano” e, come minimo, ti fanno una multa esagerata, ti chiudono il locale e chissà cos’altro.

Così si capisce?

Bene.

Dal giudizio “da bar”, al moralismo, alla mera constatazione di stupidità – forse la potrei finire qui.

Ma c’è ancora un’ultima cosa da dire.

Perché mai costoro hanno pubblicato sui social foto e video della loro “bravata”?

La risposta è relativamente semplice: se non avessero pubblicato foto e video dell’evento allora sarebbe stato come se esso non ci fosse mai stato.

Indubbiamente costoro sono stupidi come caproni ma tra tutte le insultanti motivazioni che hanno mosso il loro agire ce n’è una che si innalza su tutte le altre e che, in qualche modo, le determina pure: si tratta dell’aver voluto rendere reale la loro “bravata” pubblicandola sui social.

Pensiamoci bene: se non ci fossero state testimonianze sui social allora nessuno ne avrebbe parlato, nessuno ne avrebbe avuto conoscenza, nessuno si sarebbe indignato e, da ultimo, non sarebbero incorsi nel pubblico ludibrio o nelle sanzioni pecuniarie cui sicuramente sono o saranno soggetti.

Ma delle multe a costoro importa poco – importa invece che gli altri, gli altri, sappiano che loro hanno fatto la festa di capodanno.

Il senso abietto del disattendere le regole che costoro hanno messo in pratica festeggiando in quel modo e in quel luogo contravvenendo dolosamente alle regole stabilite dal lock down festivo sta proprio nell’essere certi che gli altri lo vengano a sapere. Nella distorta logica della contravvenzione alla regola che ha guidato il desiderio di costoro è solo il postare foto e video sui social che rende vero e reale il gesto che hanno compiuto e dunque, necessariamente, non potevano esimersi dal postare sui social.

La multa diventa un danno collaterale accettabile perché è parte della realtà che si è determinata nel momento in cui le foto e i video della festa raggiungevano tutti i follower dei social.

E’ nel momento in cui arrivano le foto su Twitter o i video su Facebook che la festa ottiene il suo status ontologico – non nel momento in cui si realizza.  E’ quanto su Instagram o su Whatsapp arrivano le foto della festa che questa si reifica,

Il segno della realizzazione di quell’evento è dunque il suo apparire non nella realtà fattuale ma in quella virtuale.

Di questo ce ne rendiamo conto in tante abitudini che vediamo sui social.

Pensiamo a coloro che postano le foto di un viaggio sui social. Perché?

Per far vedere ad amici e parenti che hanno davvero fatto quel viaggio.

Il punto è che se racconti che hai fatto un viaggio potresti raccontare della tua esperienza, che magari ti ha interessato o in alcuni casi arricchito oppure, al contrario, che ti ha deluso o contrariato. Non conta molto il fatto che in quel determinato luogo tu ci sei andato per davvero ma ciò che ne è derivato come esperienza – il viaggio ti ha lasciato un ricordo che tu puoi, se vuoi, condividere con persone a te care. In casi estremi ci scrivi pure dei libri cercando di rendere l’idea delle esperienze e delle ispirazioni che il viaggio ti ha dato – Bruce Chatwin docet.

Questo almeno fino a ieri.

Oggi invece, il viaggio al tempo dei social non è più questo. Il viaggio viene fatto con l’esclusiva, banale, mera e semplice ragione di farlo.

Non importa la meta, non importa l’esperienza in sé, non importa il motivo, non importa nulla che non sia il pubblicarne le testimonianze sui social.

L’abbondanza di foto più o meno stupide di persone che si mettono in posa davanti alla torre di Pisa in modo tale che la foto risultante sembra quasi che siano loro a sostenerla non vuole essere simpatica ma vuole dimostrare che costoro sono stati lì: sono stati sotto la torre di Pisa.

Il viaggio è dunque tale se e solo se compare nelle foto dei social.

Ecco.

L’ontologia, lo studio dell’ente dicono i metafisici, abbisogna di nuove indagini:

Che cosa è vero?

La prospettiva che esce da questa vicenda, come da tante altre analoghe, è che la cosa, l’ente, non è ciò che percepiamo attraverso i nostri sensi o che consideriamo attraverso un ragionamento logico o attraverso una combinazione di sensi e logica argomentativa ma, più semplicemente, è solo che ciò che deriva dalla sua testimonianza rappresentata da una foto sui social.

Si suppone che il semplice racconto d’essere stati in un posto, o persino il semplice essere stati, possa essere messo in dubbio se di questo non vi sono tracce nei social media. Ma se invece queste tracce appaiono sui social allora il dubbio scompare.

Se i dementi che hanno partecipato alla festa di capodanno sul lago di Garda non avessero pubblicato foto e video sui social allora sarebbe stato come se questa festa non ci fosse mai stata.

L’invidia, che nella loro distorta mentalità costoro avrebbero voluto generare nei loro conoscenti e nei loro followers, non si sarebbe generata al semplice raccontare d’aver disatteso le regole del lockdown ma soltanto quando di essa si avrebbero avuto le testimonianze sui social che sono dunque intese quali prova e dimostrazione di verità dell’evento.

Nulla di più e nulla di meno.

Si tratta di una prospettiva del tutto analoga a quella adottata da mia nonna quando parlava di argomenti vari asserendone la assoluta verità: “l’ha detto la televisione”, diceva, con ciò intendendo che se qualcosa appare in televisione allora deve essere per forza vero.

Anche questa prospettiva è o era distorta nel senso che l’attribuzione di status ontologico alla cosa o all’evento derivava dal suo semplice apparire nella TV e non dal ragionamento applicato o da quello che oggi va sotto il nome di senso critico o pensiero critico.

Tuttavia questa attribuzione di status ontologico passava attraverso la presupposizione che il filtro selettivo operato da colui che pubblicava il contenuto televisivo fosse improntato ad onestà intellettuale ed un insieme di regole condivise dagli operatori del settore volte a garantire un certo grado di veridicità dei contenuti che veicolavano. L’assunto, in sostanza, è determinato da una sorta di patto tra l’operatore televisivo e lo spettatore: tu ti impegni a pubblicare contenuti veridici e io, fidandomi del tuo impegno, li inserisco nel mio bagaglio di conoscenze o informazioni.

Nei social, questo filtro, scompare del tutto, così come scompare l’insieme di regole volte alla tenuta dell’onestà intellettuale e professionale dell’operatore televisivo, ma non scompare l’assunto, il patto implicito di veridicità il quale, anzi, si propaga a chiunque pubblica contenuti sui social.

In pratica, l’aver sottratto il dubbio necessario che il pensiero critico imponeva comunque ai contenuti televisivi (e prima ancora radiofonici e quelli della carta stampata) dal patto implicito tra il creatore di contenuti e il suo fruitore, rende chiunque pubblica qualcosa sui social degno d’esser creduto.

Lo iato tra il vero ontologico e il vero del social, in questa prospettiva, si è completamente dissolto.

Se sono riuscito anche solo un poco a spiegarmi allora il passo finale di questo ragionamento dovrebbe diventare abbastanza chiaro: è solo così, infatti, che può spiegarsi il perché le cosiddette fake news, le pseudo scienze e tutte le altre immense stupidaggini che vengono veicolate attraverso i social riescano a raccogliere attorno a loro un numero impressionante di fruitori che le ritengono vere.

Si potrebbe dire che nei social media il vero è senza filtro, come le sigarette di una volta.

E come le sigarette di una volta, temo che possa fare assai male.

Chi è Metrodoro il Teorematico?

Metrodoro il Teorematico, chiariamolo subito, non è nessuno.

Da sempre appassionato di filosofia e fisica teorica (e no, non sono cose antitetiche) dopo la scuola dell’obbligo decide di bazzicare la facoltà di Giurisprudenza. Ciò gli consente di capire per bene il diritto costituzionale, la gerarchia delle fonti, approfondisce economia (soprattutto macro) e, ça va sans dire, la filosofia del diritto.

Non completa gli studi giuridici preferendo dedicarsi alla filosofia tout court dove può attraversare tutti i piani del pensiero, comprese, per non farsi mancar nulla, anche un po’ di fisica teorica avanzata, analisi matematica e geometrie varie (viva la libertà del piano di studi in filosofia!)  e finisce per laurearsi (ebbene sì: anche cum laude) in filosofia della scienza.

Tra gli approfondimenti che questo background gli ha dato può vantare:

  • Il darwinismo in tutte le sue sfaccettature
  • Logica matematica classica tarskiana, teorema di Gödel, logiche intuizioniste, deontiche e epistemiche
  • Ma quanto era geniale Kant!
  • Derrida è certamente un elegante imbrattacarte ma lo è in modo assai brillante
  • Analisi metodologica della sociologia, dell’economia e della scienza politica: approfondimenti su Hayek e Popper.
  • Si ringrazia Eva Picardi grazie alla quale la filosofia analitica del linguaggio è stata apprfondita a tal punto da comprenderne tutti i pregi (ma anche tutti i limiti): Frege, Russell, Wittgenstein, Quine, Dummett, Davidson fino a quel furbacchione di Kripke.
  • Si ringrazia Alberto Artosi grazie al quale logiche deontiche e epistemiche hanno acquisito un senso, prima ignoto, e grazie al quale ha capito in cosa consiste davvero il metodo scientifico
  • Si ringrazie Roberto Dionigi grazie al quale Metrodoro il Teorematico ha capito che il linguaggio della filosofia è tanto importante quanto la filosofia del linguaggio e che in esso si nasconde la chiave per capire ciò che può esser capito.

In pratica: fare filosofia a Bologna negli anni ’90 era una figata.

Nonostante questo popò di preparazione Metrodoro il Teorematico si dimostra magnanimo e, complici anche strani incroci esistenziali e la drammatica constatazione che se avesse intrapreso la carriera accademica non avrebbe visto il becco d’un quattrino per svariati anni, decide di non togliere il lavoro a tutti i professori di filosofia del pianeta e “va a lavorare”.

Inizialmente sprigiona tutta la sua scienza filosofica nel settore informatico ma nessuno rimane particolarmente impressionato.

Così, grazie ad un minimaster in marketing dell’economia digitale, al rinverdimento di giovanili studi informatici (il Metrodoro bambino sapeva programmare in GW Basic sull’Olivetti M20 e poi sull’M24 – qualcuno rimembra?) e un bel po’ di olio di gomito si costruisce anno dopo anno una carriera nel mondo di marketing e vendite del segmento informatico.

Oggi, esattamente vent’anni dopo aver iniziato a lavorare, ricoprire la carica di Key Account Large Enterprise nel segmento ICT. 

Ah, giusto! Ci sarebbero anche le smodate passioni:

Della fisica teorica s’è già detto: Metrodoro vorrebbe riconoscersi un qualche tipo di competenza in tale materia (che forse in tempi passati un poco c’era) ma l’averla trascurata (non averla praticata) per più di 15 anni ha ridotto e circoscritto la sua conoscenza della materia ad un bagaglio di concetti e ipotesi utili per la ricerca filosofica. L’interessamento è ripreso di recente vista la pindaricità di certi voli che la fisica teorica ha intrapreso e ci sarà modo di parlarne.

Formula 1: è sufficiente dire che impara a leggere a 5 anni sull’almanacco della Formula 1 – viva Mario Andretti – è forse l’unico sport di cui, può dirsi esperto per davvero, per strano che possa essere. Capiterà di parlarne in questo luogo.

Pallacanestro: l’aver vissuto l’epopea di Magic, Bird, Jordan e il tragico volo di Petrovic, oltre all’averla praticata per svariati anni, lo rende esperto, sia pur “da bar”, di questo gioco del quale ammira la tecnica e le storie dei protagonisti. Qualcosa da dire capiterà.

Scacchi. Smodata, insana, deviante, drammatica passione per il più nobile dei giochi. Metrodoro il Teorematico può vantare persino un paio di titoli locali di categoria e ha messo in cascina qualche scalpo di livello – per gli esperti: in torneo ufficiale (rigorosamente al primo turno grazie all’italo-svizzero) un GM da 2504 è caduto inaspettatamente sotto i colpi del nostro – un altro GM (sia pur decaduto: al tempo aveva 2394) fu sopraffatto in un torneo semilampo – un MI italico, giovine speranza scacchistica romagnola che dopo aver vinto diversi campionati italiani under e ben figurato al campionato italiano assoluto decide saggiamente di far fruttare i suoi talenti cerebrali in prestigiose università americane, venne spazzato via in torneo ufficiale semilampo da un Metrodoro il Teorematico “disguised as Tal” (semicit. per gli appassionati di Basket NBA) quando già superava ampiamente la rispettabilissima quota di 2350 (che il ricordo appannato fa salire addirittura a 2411 ma chissenefrega). Chiaramente questi sono gli exploit che si ricordano con più piacere ma il vero livello di gioco del nostro è parificabile ad un 1800/1900 con punte a 2150 in giornata di grazia e 1300 quando non c’ha voglia e comunque, salvo due eccezioni molto locali, non fa più tornei dal 2004. A dir il vero, gli scacchi più che una passione sono una triste condanna. Alcune features del nobil giuoco sono molto utili in vista di potentemente improponibili metafore. Ci sarà occasione di parlarne

Questi sono i “credits” – se quel che scrivo ha una base allora sta tutta qui.

Prego astenersi commenti del tipo “ma tu cosa ne sai?!” perché, per chi non l’avesse capito, l’unico pregio del Metrodoro è quello di saperne molto di tanto e, in genere, se ne parla è perché ritiene d’aver qualcosa di sufficientemente fondato e argomentato da dire. Tanto per intenderci: non si parlerà di balletto thailandese o di cucina macrobiotica, salvo che non siano spunto per altro.

Intervistatore: “Ma lei che sa o crede di sapere tante cose su tante materie diverse forse non pensa che alla fine non sa veramente nulla?”

Metrodoro: “Già – il punto è proprio questo e cioè che più cose sai più ti rendi conto di quante sono quelle che non sai – più sai più sei ignorante – ed il mio scopo ultimo, nella vita, è allargare quanto più possibile l’orizzonte della mia ignoranza”

Intervistatore: “E quindi come si definirebbe, se dovesse per forza definirsi?”

Metrodoro:”Se proprio devo: musicista”

Intervistatore: “e questo che c’entra? non ne ha parlato nel resumè intellectuel!”

Metrodoro: “Appunto”

(Stralci dall’intervista rilasciata da Metrodoro a Radio Megara International nel 300 a.C.)

Non ho mai fatto politica, né il giornalista, né associazioni (tranne il circolo scacchistico), né niente altro. Mi facevo gli affari miei fino a quando ho aperto questo spazio quindi, Metrodoro il Teorematico, com’è stato a questo punto ben chiarito, non è nessuno.